Un anno fa partiva il Next Generation EU

Buon compleanno al Next Generation EU. Già, perché esattamente un anno fa, a conclusione della riunione (la più lunga di tutti i tempi, durata ben 5 giorni!) del Consiglio europeo, veniva definitivamente avviato il Recovery Plan europeo a seguito della drammatica conseguente crisi economica dovuta alla esplosione della pandemia di Covid 19. Un piano mai visto prima, che ha permesso di immettere (possiamo ormai essere certi oggi coi primi anticipi in arrivo a fine mese) 750 miliardi (723,8 miliardi a prezzi correnti oggi) da parte della Unione europea. Uno strumento composito che consente alla Commissione europea di accedere al mercato dei capitali prendendo a prestito il danaro che riversa agli Stati membri maggiormente colpiti che hanno fatto richiesta, e recentemente accolta, attraverso la presentazione dei Piani nazionali legati allo strumento Recovery Resilience and facility. Ben 338 miliardi non dovranno essere restituiti dagli Stati membri, quindi sono vere e proprie sovvenzioni, mentre 385,8 miliardi sono sotto forma di finanziamenti. L’Italia, come ormai è noto, da subito quindi avrà disponibilità di un anticipo di 25 miliardi.
L’unione europea ha così avviato una rivoluzione importante (più volte sulla stampa troviamo evocato Hamilton il “papà” degli Stati Uniti d’America quando “intuì” che il debito degli Stati assunto in guerra era un debito comune). Il Recovery Plan prevede un termine entro il quale gli investitori, al massimo, potranno “riscuotere” capitale e interessi (da rating garantito tripla “A”), fissato al 2058. Questi capitali sono proprio quelli prima di tutto aiuteranno la ripresa e la resilienza degli Stati, metteranno nelle condizioni di ripartire con più efficienza nella pubblica amministrazione, più economia e sviluppo verde, più tecnologia e digitalizzazione. Come è stato notato da subito, basta leggere anche le conclusioni di quel fatidico Consiglio europeo di un anno fa, non solo il mercato, ma anche un diverso strumento dalla cosiddetta “quarta risorsa” dovrà da qui a un paio di anni essere la fonte di “approvvigionamento” per riportare i soldi in tasca agli investitori. Parliamo di una fiscalità europea rafforzata da nuove risorse, che creeranno “introiti” diretti al bilancio dell’unione europea, come la digital tax (diversa dalla conosciuta web Tax in salsa italiana o francese), una mecanismo di aggiustamento sulle emissioni di carbonio, una tassa sulle transazioni finanziarie e una tassa sulla plastica. Un tassello (troppe volte annunciato, ne sento argomentare anche da vero prima delle precedenti elencati) dovrebbe venire dalla modulazione di una disciplina per una base imponibile societaria comune europea.
Siamo giunti dopo un anno a una vera nuova prospettiva, che aprirà, ci auguriamo, anche ad una maggiore coscienza sulla necessità di più Europa per convivere e perché no!, sviluppare le nostre società in un sistema federale compiuto e efficiente.