Sostenibilità musicale, il circuito del Mezzogiorno

A parlare sono i numeri anche in questo caso, e la musica come l’abbiamo conosciuta in molti di noi, quella strumentale, in qualche maniera sempre di qualità, ha finito, a livello globale, di produrre insieme alle case discografiche una importante fetta di economia oramai tempo fa; è di metà degli anni novanta infatti il picco di circa 40 mld di dollari, fino a quando il nuovo supporto digitale era comunque qualcosa che si sceglieva di acquistare per se stessi  o di regalare; quando poi è entrato in attività invece napster, come si suol dire “la musica è finita”, e la palla è passata ad altra tipologia di business… in pratica non ha retto il passo con la tecnologia, e quella cosa che sembrava a qualcuno inizialmente carina, di scaricare il file audio… fino poi al vero e proprio streaming di oggi, ha troppo negativamente influenzato anche la qualità di quella che era nata come il miglior e più pregiato passatempo delle corti di tutta Europa dal seicento in poi.

Ma il problema intrinseco non è soltanto economico, e come del resto anche per altre arti, il centro della problematica è secondo me qualitativo; dal momento della dipartita del supporto infatti (prima vinili, poi audiocassette e in fine cd, e financo agli mp3) per il quale valeva in qualche modo il concetto di una “giuria popolare” che determinava, attraverso il più diffuso gradimento, le scalette nazionali e globali, in pratica c’era di fondo e veniva rispecchiata nell’arte della musica la democrazia come criterio di scelta; certo, c’erano anche le cose più commerciali portate avanti dalle major a botte di video-clip e attraverso la comunicazione radiofonica e televisiva, ma se avevi talento, pian piano anche la band più sconosciuta ed underground del mondo poteva, facendosi conoscere in giro con concerti, tournée, facendo da spalla a qualcuno, partecipando agli svariati festival ed in tante altre maniere, farsi conoscere ed apprezzare fino a diventare “ascoltati”, per cui “famosi” al punto di vendere centinaia di migliaia o addirittura milioni di copie.

Oggi in realtà non siamo più noi a scegliere cosa ascoltare, e la musica è divenuta un prodotto da vendere molto più simile a qualsiasi altra merce rispetto a prima; oggigiorno sono sostanzialmente le app come Spotify a rifilarti quello che in base ad un algoritmo sembra essere il tuo genere preferito, e grazie a questo nuovo modello di marketing è vero… di musica ce n’è tanta, probabilmente molto di più di prima, la sentiamo dal cellulare anche mentre ci rechiamo al lavoro, durante una pausa pranzo, diventa suoneria del telefono e distingue con brani diversi se ti chiama la mamma, la tua compagna o un cliente… ma cosa ascoltiamo in realtà? ha più un collegamento con quella parte interna di noi stessi  che una volta esaltava? non mi pare, o almeno lo fa molto meno di prima.

Per cui, sulla scorta di quanto stiamo cercando di rivoluzionare, penso alla transizione verde, al riflesso sociale delle politiche al quale sembra vogliamo porre attenzione più di prima, anche per la musica forse sarebbe il caso di parlare di “sostenibilità”… ovvero, dobbiamo distinguere, la musicaccia da accompagnamento, mi pare venga detta ‘muzak’ (tranne quando pure diventa arte, come nel caso di Eno) , e la musica quella dell’anima, quella che scegliamo perché rispecchia sentimenti, stati d’animo, valori, disvalori, parti minoritarie ma toccanti del nostro io… ovvero la musica di qualità.

Forse sarebbe il caso di cominciare a finanziare in separata sede, e anche se non produce musica sinfonica, d’opera o lirica, chi si occupa ancora di produrre un album strumentale, concettuale, chi continua nell’ambito di vari settori che spaziano dal rock, al folk, al jazz, al punk ai più diversi generi, di produrre ancora vera musica, quella che tocca le corde del nostro animo… perché? perché è un patrimonio dell’umanità, e se non verrà conservato facendo ricrescere dell’interesse nelle generazioni odierne e future,  potrebbe semplicemente andar perso, e sarebbe cosa assai grave per come la vedo io, perderemmo a mio avviso una facoltà di comprendere il mondo che ci circonda che invece, grazie a questo tipo di musica, avevamo oramai acquisito; per cui, i grandi della musica sono già grandi, chi osa contraddire un Bob Dylan nella sua più totale qualità; invece meritano attenzione i circuiti minori che per il momento ancora esistono, ma che potrebbero finire come le altre fonti esauribili del creato.

A questo scopo vi offro l’opportunità di ascoltare delle perle rare di musica scritta, suonata e riprodotta secondo i dettami classici, solo io ne conosco diversi, in realtà si tratta di quello che una volta veniva definito un “circuito musicale”, ed è in questo caso semplicemente quello che ruota intorno alle mie conoscenze ed il mio territorio… pensate nel mondo quante occasioni e ricche di diversità umana ci stiamo perdendo per ascoltare quella robaccia che ci propina una app; pensateci un momento…oppure lasciate perdere e passate ai fatti… potreste cominciare ad esplorare il vostro “io musicale” ascoltando (tanto oggi è facile facile, per saggiare meglio youtube che altre app), ad esempio : 

per chi sente di essere più vicino alla causa blues e folk “Alfred k Parolino” – poliedrico autore di sostanza blues, blues-folk e di quella che potremmo definire musica folk del sud reinterpretata… ma assolutamente non solo, ha infatti all’attivo svariate altre produzioni, ideazioni e collaborazioni; ad esempio ha prodotto la colonna sonora del cortometraggio di Marco Ursilio L’Unguento (di cui è anche il co-ideatore e lo sceneggiatore) in concorso ai David di Donatello, ha prodotto una suite musicale per il pubblico visitatore della fiera HOMI di Milano Music fo Visitors (rimandando ad esempi illustri come la “Music for Airports” di Brian Eno), ha suonato con Patty Smith in concerto a Napoli, con Nathaniel Peterson dei Savoy Brown, collabora attivamente coi Bufalo KIll e vanta una collaborazione senza fine e caratterizzata da reciproca stima con Mario Insegna ed i Blue Stuff; inoltre gestisce il Banana Moon Studio, studio di registrazione e produzioni vantando una formazione pregressa nello studio dei Planet Funk.  

Oppure, per chi ha più affinità con la musica proto-punk da un lato e con quella sperimentale, melodica ed emozionale dal contorno indie dall’altro, quanto ruota intorno alle persone di Paolo Broccoli e di Pietro De Cristofaro, per cui “saggiandoli” prima separatamente nelle formazioni originarie Orange Beach (di cui forse ricorderete la produzione dell’album Fuzz you ad opera di Kramer) e le produzioni dei Songs for Ulan, e poi utilizzando il loro nuovo progetto musicale unito ultimo, Kusturin,  nato dalla fatalità dell’incontro tra i due artisti di maturata esperienza underground; lo potete fare attraverso l’album che battezza questa nuova suadente collaborazione Nothing but the kids,  dove sono coadiuvati dall’ispirazione lirica e poetica di Marco Russo e dalla inventiva sonora di Peppe De Angelis (Monopattino Studios), e con il supporto fondamentale dei musicisti con cui si suona da una vita.