Quel che resta da fare

Mai una vittoria di calcio è stata più simbolica e piena di significato quanto il trionfo della squadra italiana nella finale di Euro 2020 a Wembley! E non c’è niente di male a festeggiare e trovare l’occasione di essere contenti in un periodo difficile come quello che stiamo attraversando. Siamo consapevoli che parliamo soltanto di una squadra di calcio, ma l’allegria è nemica del dolore e delle malattie, quindi ben venga.

Però a pensarci bene questa meritata Coppa e il modo in cui è stata conquistata ha assunto dei contorni talmente particolari da diventare metafora e monito per la realtà sociale, economica e politica internazionale. 

Innanzitutto già la partita della finale non è stata una partita qualunque. L’Italia, che non era all’inizio tra le squadre favorite, lottando con le unghie e con i denti ha giocato sempre con lo stile da fuoriclasse fino a trovarsi nella disputa niente di meno che contro i padroni di casa dello stadio: gli inglesi. Già, proprio loro, quelli che hanno da poco fatto la Brexit, quelli che hanno considerato l’Europa unita troppo vincolante per i loro standard e le loro capacità e che si sono sganciati per riaffermarsi da soli nello scacchiere internazionale. 

Da qui il messaggio calcistico era chiaro: ce ne siamo andati e vi sconfiggiamo pure sul campo di calcio! Il desiderio ardeva senza distinzione di classe e di censo: dal principino impomatato della fiera famiglia reale alle baby gang di Brixton. La Brexit è la scelta vincente tanto che pure la squadra è la più forte. E quel primo goal fatto che quasi non c’eravamo accorti che era iniziata la partita sembrava aver già segnato il destino. 

E poi con gli italiani non si può che vincere. Invece! Spaventati, all’inizio confusi, disorientati i giocatori italiani con umiltà e saggezza hanno fatto la magia. Con fatica, sudando fino all’ultimo, giocando con eleganza sul campo avversario, con uno stadio che in gran parte urlava contro di loro hanno recuperato e vinto grazie ad un’alchimia che non tradisce mai: una forte solidarietà di squadra. 

Questo è il primo messaggio che la metafora di questa partita ci ha regalato: anche quando tutto sembra accanirsi contro di noi se si resta uniti si vince e la vittoria non è stata soltanto italiana, ma europea. Perché in Europa, insieme, magari sarà dura, ma si vince. 

Così dopo 53 anni l’Italia torna campione di Euro 2020, un titolo che sa di sfida contro il numero dell’anno della pandemia che forse ci ha messo in ginocchio, ma non ci sconfigge se restiamo solidali. 

Però andiamo a guardare le squadre che hanno vinto il titolo europeo negli ultimi anni: Grecia 2004, Spagna  2012, Portogallo 2016 e, ora, Italia 2020. Riordiniamole non in ordine cronologico: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna e abbiamo proprio i PIGS, i Paesi dell’Unione europea così denominati in sigla, in senso non proprio elogiativo, accomunati da situazioni economico-finanziarie non sempre virtuose ma evidentemente anche da tanta grinta.

Insomma tirare le conclusioni è quasi ovvio. La partita l’abbiamo vinta e abbiamo festeggiato ora non ci resta come italiani che affrontare con lo stesso spirito tutto il resto: togliere dalla povertà 5 milioni di persone, impedire che migliaia di disperati affoghino ogni anno nel Mediterraneo per raggiungere le nostre coste, trovare lavoro a più di due milioni di disoccupati, impedire che quasi 50.000 giovani lascino il nostro paese ogni anno, aiutare le giovani donne a far nascere più bambini, riformare la giustizia, rinnovare il sistema di istruzione (senza dad!!!), recuperare 8 punti di Pil, avviare lo sviluppo sostenibile, sconfiggere la pandemia, superare le disparità territoriali, eccetera eccetera. 

Gli impegni sono tanti ma abbiamo capito che non ci mancano le capacità e abbiamo anche un bel po’ di soldi europei disponibili. Non ci resta che riprendere gli allenamenti.