Siamo quello che mangiamo

«Siamo quello che mangiamo». È la riproposizione, da parte di vari nutrizionisti ed esperti di wellness della nota frase di Ludwig Feuerbach: «L’uomo è ciò che mangia». Il filosofo in verità ci propose una visione fondata sull’unità psicofisica dell’individuo, rifiutando il dualismo anima-corpo.
Feuerbach interpreta l’alimentazione come un fattore determinante per la costruzione della cultura umana.
Il tema è stato anche oggetto della riflessione antropologica di Marvin Harris, che, come è noto, mette al centro del percorso evolutivo umano il reperimento, la gestione e la distribuzione delle risorse, fra cui, naturalmente quella più essenziale, il cibo.
L’approvvigionamento alimentare è un tema che non affascina più molto nel mondo occidentale, si dà per scontata la disponibilità di beni, in misura pressoché illimitata, a parte naturalmente eventuali veti imposti dalle condizioni di salute individuali o dalle capacità di spesa.
Sappiamo che nei prossimi decenni non sarà possibile continuare così, l’aumento della popolazione globale da un lato e la necessità di ridurre le emissioni in atmosfera dall’altro, richiederà una rivoluzione nelle nostre abitudini alimentari.
Si ragiona troppo poco sulla complessità della filiera produttiva agroalimentare, e su quanto, a livello globale, in essa si annidino orribili forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Non è certo l‘unico settore, è vero, ma è angosciante che nel ventunesimo secolo l’essere umano abbia ancora la necessità di sfruttare i suoi simili per soddisfare i bisogni primari. Esiste un capitalismo rapace, che non esita a depredare la natura e ad imporre condizioni di lavoro inumane pur di conseguire il profitto.
Quando si svolgono queste riflessioni il pensiero corre subito alle coltivazioni di cacao in Africa, di caffè e cereali in America Latina, ecc. ed in effetti lì la distorsione diviene norma, spesso con tanto di certificazione etica internazionale.
Eppure, anche il nostro paese, patria del diritto, paese evoluto in cui il lavoro è sindacalizzato e tutelato dalla legge e dai contratti collettivi, vi sono persone che vivono e lavorano nelle campagne in condizioni paragonabili a quelle degli schiavi nei campi di cotone statunitensi nel secolo XVIII e XIX.
Si chiamava Camara Fantamadi il giovane ventisettenne malese stroncato dal caldo e dalla fatica, costretto, come i suoi colleghi a lavorare nelle ore più calde del giorno. Un caso eclatante, non isolato, non il primo, nel 2019 morì nelle campagne del napoletano un bracciante italiano, anche lui lavorava in nero, in condizioni proibitive. L’immigrazione clandestina si trasforma in tratta di esseri umani, le campagne del sud Italia, controllate dal caporalato, divengono un sud del mondo come tanti altri, in cui regna solo la logica del profitto, a scapito dei diritti, e della salute di chi è costretto a subire quei soprusi, per una manciata di euro l’ora, non avendo alternative.
E nella logistica le cose non vanno meglio. Adil Besakih, 37 anni è stato investito da un camion nel novarese durante un presidio sindacale, era un sindacalista COBAS. La sua vicenda ha scioccato tutti, ed ha attratto l’attenzione dei media, solitamente distratti dallo show della politica spettacolo. In effetti la sua vicenda è inquietante, ma sarà il processo al suo omicida a chiarire le dinamiche e l’eventuale intenzionalità di quell’atto. Quello che ha fatto emergere è il verminaio del settore, un mondo fatto di lavoro precario, totalmente schiacciato sulle esigenze datoriali, di finte cooperative che lucrano sui propri “soci lavoratori” e dipendenti. È facile e premiante scagliarsi contro Amazon, mentre denunciare gli sfruttatori italiani non dà visibilità, non produce articoli di giornale, non assicura carriera nella burocrazia sindacale, perché occuparsene?
I governi populisti, sia in salsa gialloverde che giallorossa, hanno disinvestito progressivamente sui controlli, hanno tolto risorse agli organi di vigilanza, aggravando una situazione già complessa.
Il lavoro nero e lo sfruttamento sono piaghe che si combattono solo con strumenti repressivi e di controllo, occorre stroncare un sistema che fa concorrenza sleale alle imprese e produce ingiustizie intollerabili in un paese evoluto come il nostro.
Certo l’uomo, l’essere umano non è soltanto ciò che mangia, ma è certo il caso di iniziare a porre più attenzione a come giungono sulle nostre tavole i prodotti che consumiamo.