Riforma e controriforma fiscale

“L’umiltà è una virtù stupenda. Il guaio è che molti italiani la esercitano nella dichiarazione dei redditi”. Disse il divo Giulio Andreotti, che amava spesso ricorrere all’ironia. Certo il rapporto fra l’Erario ed i contribuenti italiani è un’annosa questione, evasione, elusione, ecc.

Non si può negare che per decenni vi sia stato una sorta di compromesso al ribasso: chi intraprendeva in Italia non poteva contare su alcun sostegno della pubblica amministrazione, anzi spesso si trovava, e purtroppo si trova tutt’oggi, di fronte una burocrazia ottusa e totalmente aliena alla cultura di impresa, ma dall’altra parte l’Erario di fatto tollerava una situazione di diffusa evasione.

Negli anni novanta la situazione è cambiata, i governi sono stati meno accondiscendenti, sono stati introdotti strumenti come il redditometro ed è iniziata una ricerca dell’evasore, che presto si è tramutata in una sorta di caccia alle streghe.

La sedicente sinistra ed il sindacato hanno cavalcato l’idea semplicistica per cui da una parte ci sono i buoni contribuenti, i lavoratori dipendenti, dall’altra i cattivi approfittatori, i lavoratori autonomi.

Una narrazione risibile, che non meriterebbe neanche di essere presa in considerazione se non fosse che ha attecchito in molti segmenti dell’opinione pubblica. A tutti piace accarezzare l’idea di essere fra i buoni mentre i cattivi sono altrove.

Peccato la realtà sia molto più complessa e il lavoro autonomo è tutt’altro che un’entità univoca assimiliabile in unica categoria, anche quando si tratta della fedeltà fiscale. Infatti il famigerato “condono”, attuato dal governo Draghi lo scorso marzo, riguarda cartelle esattoriali destinate anche a molti lavoratori subordinati, ma ormai la sedicente sinistra è all’ultimo stadio del suo processo di mutazione genetica, l’irreversibile trasmutazione grillina, un po’ come la Metamorfosi di Kafka, ma con risultati estetici meno gradevoli.

Fortunatamente ora abbiamo il governo Draghi, il cuore della missione di questo esecutivo è il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza), e fra gli obiettivi che si pone questo ambizioso piano vi è quello di ridurre del 19% l’evasione fiscale.

Questo ha aperto fra le forze politiche una discussione sulla riforma fiscale, una riforma quanto mai necessaria, che, fisiologicamente, divide gli schieramenti.

Tutti assumono la necessità della semplificazione fiscale come elemento centrale, anche se mancano ancora indicazioni dettagliate su come raggiungere questo risultato. Il tema è centrale, i comportamenti elusivi sono possibili grazie alla selva di norme che consente di trovare scappatoie e scorciatoie, inoltre nessuna proposta, almeno sin ora, affronta in modo organico il riordino del regime delle deduzioni e detrazioni.

La proposta avanzata dal PD ha suscitato scalpore, non certo per la proposta di collegare una funzione matematica continua che accoppi a ciascun reddito una specifica aliquota media, in analogia con il sistema applicato in Germania, quella parte non l’ha considerata nessuno. La pietra dello scandalo è stata la proposta del Segretario Letta di aumentare le tasse di successione per i trasferimenti superiori ai 5 milioni, si tratta di un’imposta che colpirebbe i patrimoni, un vero tabù nel nostro Paese. Un tabù che scatena sempre reazioni molto divertenti: orde di poveri si agitano per difendere il ceto medio alto e l’alta borghesia che assiste con una certa tranquillità, ed immaginiamo con un compiaciuto divertimento, agli effetti di questo irrazionale riflesso condizionato. 

La parte scandalosa della proposta di Letta non è quella che ha suscitato l’isteria collettiva, anche se bisogna riconoscere che portare l’aliquota al 20% è da sperare fosse una provocazione, quanto la destinazione del gettito proposta, una “dote” di diecimila euro ai diciottenni delle famiglie provenienti da famiglie a basso reddito.

L’elemento demagogico di questa iniziativa è evidente, dopo aver ceduto ogni brandello di identità culturale, aver costruito un partito orgogliosamente post-ideologico, meglio aideologico, ora la sinistra italiana tenta con una proposta populista di ricucire un rapporto con i milioni di elettori perduti nei ceti popolari, patetico.

Si sarebbe potuto discutere seriamente di questa proposta, fermo restando che l’aliquota sarebbe troppo alta, se si fosse proposto di destinare il gettito derivato alla riduzione del cuneo fiscale, a specifici interventi sul diritto allo studio, alla formazione professionale, ad investimenti sulla ricerca, non ad una generica dote per pulzelle e rampolli. 

Le forze del centrodestra si stanno concentrando sulla cosiddetta pace fiscale e su una revisione degli scaglioni, riducendoli ed evitando il balzo di 11 punti fra il terzo ed il quarto scaglione (dal 27% al 38%). 

La Lega mira, inoltre, ad ampliare la cosiddetta “mini flat tax” con un forfait al 20% per gli autonomi con redditi fino a 100mila euro e ad introdurre una flat tax incrementale. Si tratterebbe di una flat tax con un’aliquota unica del 15% da applicare al reddito incrementale, ovvero sulla parte aggiuntiva di reddito prodotto rispetto all’anno precedente.

Interessante la proposta di Italia Viva che vorrebbe ampliare la no tax area, ed, al di sotto di una determinata soglia di reddito, erogare risorse piuttosto che richiederne. Non è un’idea originale, è l’imposta negativa sul reddito elaborata da Milton Friedman e Juliet Rhys William, ma è sicuramente meglio dei provvedimenti di sostegno al reddito “gialli”. 

La maggior parte delle proposte sono sensate e condivisibili, ed è certo che il Presidente Draghi ed il Ministro Franco sapranno tradurle in una buona sintesi, l’Italia ha bisogno di un fisco equo che premi il lavoro e l’impresa penalizzando la rendita.