Saman e le altre

Nelle due foto della dolce Saman pubblicate su tutti i media c’è un prima e un dopo.  Una prima foto in cui la bellezza della giovane donna appare mortificata: porta il velo, un paio di occhiali fuori moda, la pelle poco curata, niente trucco, timido sorriso.  Una seconda foto in cui l’effervescenza della sua giovinezza esplode: via gli occhiali, capelli sciolti, rossetto dal colore vivace, look moderno, desiderio di apparire.  Voglia di occidentalità, di libertà, di vita, così come dev’essere per qualunque giovane donna. 

E i giornalisti esperti di comunicazione lo sanno bene cosa vogliano dire queste due foto così diverse tra di loro, quale messaggio debba passare. È la libertà che rende belli e felici. Ed è vero. La stessa voglia di libertà talmente inaccettabile per familiari con mentalità retrograda e ristretta da trasformarli in orridi assassini. Una visione distorta e malsana di genitorialità che rende i figli, anzi soprattutto le donne, non figlie ma schiave. 

Così la violenza si è portata via per sempre Saman insieme ad altre 21 ragazze, quelle che ha contato la polizia in soli tre anni, ma che, drammaticamente, sono forse molte di più. Uccise dalla propria famiglia, dai parenti, da chi avrebbe dovuto proteggerle e volere la loro felicità.

Nessuna forma di tradizione può giustificare questo orrore. La tradizione è un concetto strano se lo colleghiamo all’origine del nome. Nel latino il termine “traditio” indica la consegna, la trasmissione che può essere quella del passaggio da una generazione alle successive di memorie, di testimonianze, di valori, di consuetudini. Ma c’è un’altra accezione del termine “tradĕre” che è quella di ”tradimento”. Proprio questo avviene da parte delle famiglie che spezzano il desiderio di libertà delle proprie figlie, le tradiscono, le stroncano, le uccidono, negano loro anche la ricerca dell’amore.

Dobbiamo tutti pensare che c’è stato un momento, l’ultimo, in cui Saman e le altre vittime come lei hanno avuto la disperata consapevolezza di essere uccise per una decisione delle loro famiglie di appartenenza. 

Ciò appare ancora più paradossale al nostro sguardo di cittadini di un’Europa patria di libertà e di diritti civili se avviene qui, sul nostro territorio, vicino alle nostre case. Ma è mai possibile che non riusciamo a cogliere i segnali in tempo per proteggere chi subisce queste violenze? 

Tutto ciò non può trovare spiegazione né nella tradizione né in presunti dettami religiosi. Cosa ci potrebbe essere di religioso in questi assassinii? Quale Dio potrebbe desiderare una giovane vita stroncata? E se c’è un messaggio di qualche religioso bigotto per imporre il proprio fanatismo, questo messaggio dev’essere cancellato con tutte le forze e restituito a un passato che non è più compatibile con il nostro presente. Dietro tutto questo non c’è religione, ma c’è soltanto ignoranza, violenza, sopruso, sopraffazione, assenza di sentimento. 

Matrimonio combinato? Nel 2021? Nell’era della comunicazione globale, di internet, del 5G, della digitalizzazione? Ma di cosa stiamo parlando? È roba che viene non da una diversa cultura, ma una da “pre-civiltà”. È il segnale che si deve fare molto di più nell’utilizzo degli strumenti social e dei media affinché la cultura intesa anche come patrimonio di consapevolezza dei diritti e dei doveri si radichi ovunque tra le persone. 

Potremmo chiederci perché parlarne qui, in un blog politico. Ma proprio perché politica significa senso di appartenenza ad una comunità, condivisione del senso di partecipazione, diffusione di un messaggio di libertà e di consapevolezza, senso di legalità, significa scelta. 

La prima cellula sociale in cui si trova a vivere ogni individuo dovrebbe essere la famiglia. Ma una madre, un padre, che recidono la vita di una figlia o di un figlio per dissenso nelle scelte, per l’incapacità di imporre la propria tirannica volontà, non sono degni del loro ruolo di genitori. E se viene a mancare la famiglia come luogo di protezione deve intervenire l’attivismo politico attraverso le riforme, le decisioni legislative, la partecipazione sociale: perché la nostra libertà passa dal gioioso rossetto sulle labbra della giovane Saman e delle centinaia e centinaia di altre ragazze, migranti e non, che avevano diritto ad una vita e soprattutto ad una vita diversa.