Intervista a Fabio Roscani (Gioventù Nazionale)

Quali sono i valori in cui crede Gioventù Nazionale?
«Possiamo riassumerli nella triade mazziniana di Dio, Patria e Famiglia. Questi sono valori ancestrali, esistenti da quando esiste l’uomo stesso. È, infatti, da sempre che l’uomo investiga la propria spiritualità e si confronta con l’eterno. È da sempre che l’uomo consegna un sacro valore ai confini che delimitano la proprio casa, il proprio luogo sicuro. È da sempre che l’uomo genera nuova vita e sente la necessità di completarsi con una famiglia. Ci impegniamo a recuperare questa visione della vita, su cui si fonda la nostra civiltà, declinando in formule attuali conoscenze millenarie. È una sfida complessa, ma è un nostro dovere: l’etica, il merito, la solidarietà, che derivano dalla nostra visione, devono tornare a vivere sulle gambe delle nuove generazioni».
Cosa vuol dire per lei essere di destra nel XXI secolo?
«I più autorevoli commentatori ci spiegano che il tempo delle ideologie e dei pensieri forti sia finito. Le vecchie contrapposizioni sarebbero cessate con la caduta del Muro, destra e sinistra sono ormai ricordi ingialliti dal tempo di un’Italia e di un Mondo diversi. Seppur dovessimo accettare l’estinzione dei concetti di destra e sinistra, possiamo certamente ribadire che il nostro tempo vivrà nuove forme di inevitabili e necessarie contrapposizioni. La più notevole, manifestatasi ormai da tempo, è quella che vede i servitori del sistema globale (fra i quali rientrano le forze progressiste nostrane) tentare di soffocare qualsiasi afflato di orgoglio e rivendicazione nazionale.
Da una parte, quindi, chi crede ciecamente nella globalizzazione, in un regime economico iper capitalista su scala planetaria che annienta il bello della diversità a vantaggio di multinazionali che, come funghi, sorgono in ogni parte del globo, offrendo a tutti gli stessi prodotti, ed omologando il mercato e gli uomini. Dall’altra chi crede in una economia dal volto umano e si batte a protezione delle botteghe artigianali, così come delle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura dell’Italia ma che, oggi, non riescono a competere con i colossi internazionali che a colpi di delocalizzazioni e sfruttamento dei lavoratori, sono in grado di offrire merce di dubbia qualità a prezzi stracciati. Da una parte chi definitivamente si è votato alla religione del consumismo, la mentalità che vede nell’accumulo di denaro e di prodotti il fine ultimo della esistenza umana. Esistenze ormai spoglie di profondità e valori tradizionali. Dall’altra chi continua a coltivare lo spirito. Da una parte chi si è sottratto ai grandi ed eterni interrogativi della vita: chi siamo? Da dove veniamo? A cosa torneremo? Cosa ci facciamo qua? Hanno pensato, abiurando alla loro razionalità, che queste domande automaticamente si elidessero inseguendo il fantomatico “progresso”. Ma la scienza è uno strumento, non risolve la nostra ansia di eternità e soprattutto non deve sopprimere il senso alto della vita umana. Dall’altra chi ancora spera in una società fondata sul rapporto umano, sul solidarismo e che rifugge il materialismo. Da una parte c’è chi, soprattutto, ha tradito i padri, rinnegando la propria terra, per infatuarsi della dimensione globale. In preda al globalismo, ha ritenuto che l’attaccamento alla Patria, intesa come sintesi fra territorio, lingua e cultura, fosse una congettura da bigotti. E che moderno è chi rinuncia alla sua identità e scimmiotta costumi esteri, in nome dell’amore universale, indistintamente rivolto a tutti. Dall’altra chi sa che l’amore è un sentimento gerarchico: non può provarsi indistintamente nei confronti di tutti, ma è specificamente diretto ad alcuni: ai propri prossimi, alla propria comunità. In uno slogan: Patrioti vs globalisti».
Quali sono i temi che secondo lei sono più importanti per i giovani e quali sono per voi più urgenti?
«La nascita del Governo Draghi ci segnala, ancora una volta, come la stabilità degli esecutivi sia fragile e nelle mani del gioco politico. Per noi tornerebbe prioritario una riforma costituzionale per permettere agli italiani di eleggere direttamente il proprio Capo dello Stato. Rispondiamo alla proposta di Letta sul diritto di voto ai sedicenni, sottolineando come l’Italia oggi consideri un diciottenne capace di scegliere da chi farsi rappresentare, ma non di rappresentare lui stesso la sua Nazione. È un po come se non fossero titolari di una cittadinanza compiuta. Torneremmo, quindi, a parlare di equiparazione dei diritti di elettorato attivo e passivo. Crediamo che l’Italia abbia inoltre bisogno di una vera riforma dell’università e del mercato del lavoro. I giovani italiani sono purtroppo gli ultimi in Europa ad entrare nel mondo del lavoro. L’età media in Italia é infatti di 26 anni, nel resto d’Europa 24 e questo ci fa perdere competitività. È necessario quindi costruire un sistema che preveda un’adeguata formazione universitaria, per poi usufruire di un efficente meccanismo di placement che permetta un rapido ingresso nel mondo del lavoro in linea con la media europea. Questo ci metterebbe nelle condizioni di costruire il nostro futuro in Patria anziché cercarlo altrove».
Quali sono i suoi riferimenti politici e culturali?
«Ogni epoca storica ci consegna dei personaggi, o degli scritti, leggendari ed evocativi, in grado di generare un tessuto culturale condiviso. Questa trasversalità temporale risiede nella natura dei valori di cui parlavo prima. Ci impegniamo a recuperare la mediocritas degli antichi romani, il coraggio dei ragazzi del ’99, l’incendiaria voglia di cambiamento dei futuristi, l’eroismo d’Annunziano, il senso dello Stato di Paolo Borsellino, l’ecologismo rivoluzionario di Paolo Colli.
In questo tempo, Giorgia Meloni è l’unico leader che può rappresentarci. Ha condiviso con noi la militanza giovanile, interrogandosi su molti dei temi che stiamo affrontando
nell’intervista. Conosce le problematiche della nostra generazione ed attribuisce, con
vigore, un ruolo cruciale ai giovani nel destino dell’Italia. Applica alla sua battaglia politica la nostra scala valoriale. È un leader moderno, ma con una coscienza antica. Un connubio perfetto, vincente».
Quali sono le iniziative e progetti che cercherete di portare a termine ora che la situazione pandemica sembra pacificarsi?
«Nell’ultimo anno, l’emergenza sanitaria ci ha imposto di rimanere fermi sulle esigenze del presente. Il nostro unico obiettivo è stato ascoltare e comunicare le sofferenze che la gioventù d’Italia ha vissuto, e purtroppo continua a vivere, sulla sua pelle. E quanto brucia, questa pelle, quando ti negano il futuro e quando si aggiunge una pandemia a precarizzare ancora di più le tue condizioni. Raccogliere i dissapori e proporre soluzioni tecniche e serie per trovare il coraggio di alzare la voce contro lo smantellamento in corso dello Stato di diritto, il rovesciamento delle dinamiche istituzionali, il silenzio colpevole del governo sull’università e la scuola. Per denunciare lo smarrimento di migliaia di ragazzi che si agitano tra libri e lavoretti part time senza una meta. Uomini scaduti in esistenze
telematiche. Ad oggi osserviamo preoccupati gli effetti sociali che un anno di restrizioni ha provocato fra i giovani. Tutti i report hanno riportato come l’annullamento delle relazioni, della pratica sportiva e della vita scolastica abbiano determinato in termini psicologici sui giovani. Tutto il nostro sdegno va verso chi, dopo più di un anno, non ha trovato soluzioni alla Dad ed agli spazi di aggregazione ancora chiusi.
In campo economico, abbiamo subito impugnato il PNRR di Conte e Gualtieri. Il piano
italiano ancora disattende le richieste della Commissione Europea di creare un pilastro totalmente dedicato ai giovani. Vogliamo la sua creazione e che i suoi fondi vengano utilizzati per cambiare profonda».