Non vi è nulla di scuro, tranne la morte e le tasse

La considerazione di Benjamin Franklin è vera per noi comuni mortali, per altri resta la certezza della grande Consolatrice, ma il pagamento dei tributi è un’incombenza sconosciuta. Almeno era così prima dello scorso G7 di Londra, definito dai protagonisti un vertice di portata storica. I sette grandi dell’economia mondiale hanno stabilito due principi rivoluzionari riguardo il regime fiscali delle multinazionali della rete, o, se si preferisce, della gig economy.

Prima di tutto le grandi corporation della new economy dovranno iniziare a versare i tributi nei paesi in cui erogano i servizi e non i quelli dove hanno collocato la sede legale, probabilmente contrattando un regime fiscale particolarmente favorevole o comunque beneficiando di quanto previsto dalle normative dei paesi scelti per collocare l’headquarter, la sede centrale.

L’entusiasmo di commentatori e protagonisti del vertice è motivato anche dall’accordo sull’aliquota minima da imporre, non inferiore al 15%.

Il Manifesto, con l’efficacia comunicativa e la sagacia che contraddistingue i suoi titoli, ha sintetizzato l’accordo parafrasando un vecchio slogan: “pagherete poco”.

A giudicare dalle reazioni degli interessati parrebbe che il quotidiano comunista abbia visto giusto. Amazon, Google e Facebook hanno espresso apprezzamento per l’orientamento emerso dal G7, sottolineando, con accenti diversi nei tre comunicati stampa ma sostanzialmente univoci, come sia necessario mettere ordine a livello globale sulle transazioni on line e sui servizi in rete.

Tanto o poco sono sempre valutazioni relative, e rispetto allo zero odierno un’aliquota del 15% sarebbe un’imposizione congrua. È vero, nelle economie avanzate le aliquote nominali sul reddito di impresa si collocano fra il 20% ed il 30%, ma in molti casi deduzioni, crediti di imposta, incentivi ecc. riducono l’aliquota effettiva anche ben al di sotto del 15%.

Volendo essere maliziosi, l’entusiasmo dei colossi della gig economy potrebbe essere una legittima strategia di marketing istituzionale. È infatti chiaro che, se quella che ad oggi è una dichiarazione di principio divenisse realtà, occorreranno anni prima che il provvedimento diventi efficace su scala globale, interessando tutte le grandi economie del mondo.

Dichiarare il proprio assenso fa fine e non impegna, il nuovo regime fiscale infatti deve essere discusso nei dettagli nel prossimo G20, ma soprattutto dovrà passare al vaglio dei parlamenti nazionali in cui i colossi della rete hanno certo una notevole capacità di lobbyng.

Infine vi è il tema della dialettica interna alla Commissione Europea. Sarà per l’utilizzo del sostantivo paradiso prima dell’aggettivo fiscale, ma quasi sempre quando si usa questa espressione vengono in mente luoghi bagnati da mari di smeraldo, barriere coralline, sabbia bianca come avorio e lussureggiante vegetazione tropicale. Aruba, Bahamas, Isole Cayman, o, se siete meno esotici, Jersy piuttosto che Gibilterra. 

I luoghi paradisiaci che consentono a Facebook, Amazon e Google di eludere il fisco dei paesi in cui operano però sono prevalentemente Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi. Si tratta di paesi membri dell’Unione Europea che operano politiche di incentivazione fiscale, attraendo i colossi del web e non solo. Infatti lì sono presenti vere e proprie strutture operative, non sedi legali finalizzate al vantaggio fiscale, che certo è determinate per la scelta, ma non è la ragione esclusiva per cui scelgono quei Paesi, che offrono anche servizi pubblici di alto profilo.

Dal G7 è emerso un segnale importante, ma andrebbe considerato per quel che è, il primo passo di una strada lunga ed impervia, nel frattempo occorre lavorare pervicacemente all’integrazione dei sistemi fiscali europei.