Primavera di bellezza del gabbiano

Nel romanzo autobiografico “Primavera di bellezza”, Fenoglio descrive il trasferimento del suo reparto militare a Roma, quando dal finestrino del treno a Civitavecchia appare un mare increspato dai cadaveri dei gabbiani. Gli effetti dei bombardamenti alleati e della nostra contraerea avevano avuto i pennuti come principali vittime involontarie, del resto questi muoiono anche con i botti di capodanno. È possibile che la situazione fosse persino peggio in Sicilia dove gli americani erano sbarcati e poi ad Anzio. Per questa ragione è plausibile che i gabbiani sopravvissuti nel mar Tirreno si siano trasferiti in gran parte all’isola di Giannutri dove hanno nidificato in pace per almeno vent’anni. Fino a quando non è venuto la grande idea a Fulco Pratesi di trasferirne uno nella capitale. Ne è bastato uno solo per trovarsene centomila, non si tratta di specie in via di estinzione manco con i bombardamenti. Che a Roma scorrazzassero topi nei negozi e cinghiali al confine con la macchia è cosa risaputa dai tempi dei cesari. La novità è la tecnologia che li ritrae. Che i gabbiani prolificassero sui tetti è cosa solo della seconda metà del secolo scorso. Quando si provoca un cambiamento ambientale in una specie, non è mica risaputo prevederne l’esito. Guardate la strada fatta dall’uomo dalle caverne alle città e il gabbiano delle scogliere sembra persino più intelligente dei nostri cavernicoli. Ma la cosa davvero inquietante è che ci guarda dall’alto, come guarda al cibo. Milioni di anni fa i dinosauri non erano mica rettili. Avevano le piume, non le scaglie.