Il blocco dei licenziamenti

Il governo Draghi ha ripreso la pratica della concertazione, l’ha anche inserita fra gli strumenti di governance del Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza, dopo che i governi gialli, sia quello in accoppiata con i verdi che quello con i “rossi”, l’avevano sostanzialmente abbandonata. I temi del lavoro tornano ad essere centrali nell’agenda politica e segnano un solco all’interno della maggioranza e nella discussione fra le parti sociali.
È il blocco dei licenziamenti ad agitare gli animi e a dividere le parti sociali. L’esecutivo, d’accordo con le parti datoriali, vorrebbe tenere la data prevista del 30/06 per terminare, per alcuni settori, gli effetti del provvedimento. I sindacati vorrebbero si arrivasse fino ad ottobre. In verità ad ogni scadenza chiedono una procrastinazione, è probabile che a ottobre chiederebbero un’ulteriore proroga a fine anno, al 31 dicembre di rinviare ulteriormente al 31 di marzo dell’anno successivo, ecc.
All’interno della maggioranza i giallo-rossi hanno deciso di abbracciare questa tesi, con evidenti finalità propagandistiche. Lo schema di Letta è chiaro: la Lega si caratterizza per la tutela del lavoro autonomo e dei settori più colpiti dalla crisi, la sedicente sinistra si erge a baluardo del lavoro dipendente.
Il blocco dei licenziamenti è una scelta unica in Europa, nessun altro paese simile al nostro ha assunto un provvedimento analogo, inoltre la discussione è surreale. Considerando che il termine di giugno riguarda le aziende che non fruiscano della cassa integrazione gratuita nei settori dell’industria e dell’edilizia, settori in cui al momento non vi è ragione di prevedere licenziamenti di massa.
I dati sulla produzione e sugli ordini sono comparabili a quelli del 2019, ben prima della crisi pandemica, quando si registrava una congiuntura positiva per la manifattura internazionale. Il settore edile dopo vent’anni di crisi strutturale è in ripresa, anche grazie alle politiche fiscali di stimolazione della domanda previste dal Decreto Rilancio del 2020. I sindacati dovrebbero essere più preoccupati dell’efficacia delle politiche industriali che arroccati nell’indiscriminata difesa di qualunque posto di lavoro.
L’argomento di chi sostiene la necessità di prorogare gli effetti del blocco è che sia necessario intervenire prima sugli ammortizzatori sociali. La questione non è infondata, è necessario riformare rapidamente il sistema delle tutele, poi bisognerebbe discutere nel merito, infatti una riforma che escludesse ancora il lavoro autonomo sarebbe inaccettabile.
La proroga indiscriminata del provvedimento per tutti i settori è tuttavia inutile per alcuni comparti e molto dannosa in altri. Si rischia, inoltre, di concentrare tutti i licenziamenti in un unico momento. Potremmo vedere il “mese dei licenziamenti”, infatti il mercato del lavoro, drogato fino a quel momento, si troverebbe invaso dell’offerta di lavoro costituita da tutti coloro, in tutti i settori, che erano occupati solo grazie alla legge.
Non è così che si tutelano i lavoratori, una cessazione del blocco differita consente invece di attuare progressivamente delle politiche attive che facilitino tutela sociale ed il reinserimento dei lavoratori in esubero.
Il blocco dei licenziamenti indifferenziato è un provvedimento iniquo, scarica la crisi sulle categorie meno protette, inutile dal punto di vista degli effetti sulla disoccupazione, se si confrontano i dati del mercato del lavoro italiano con quelli degli altri paesi europei le differenze non sono significative, un pericolo per gli stessi lavoratori subordinati, infatti si rischia di creare le condizioni affinché vi sia un giorno x con un numero notevole di persone che si troveranno disoccupate contemporaneamente, e non vi è riforma degli ammortizzatori che possa risolvere in quell’eventualità.
La posizione dei sindacati è comprensibile, non condivisibile perché di corto respiro e corporativa, ma comprensibile, mentre quella dei partiti della sedicente sinistra e dei loro alleati gialli è l’ennesima posizione strumentale, volta ad intercettare il consenso piuttosto che formulare una proposta politica per il paese.