Zombi rossi e politiche del lavoro

È un patogeno insidioso un agente mutante imprevedibile, ma tranquilli colpisce solo specifiche categorie della popolazione, quasi mai fasce deboli. Si tratta dell’epidemia zombie che affligge i dirigenti postcomunisti. Uomini e donne nati fra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni settanta del secolo scorso, furono iscritti al Partito Comunista o alla sua organizzazione giovanile, sfilarono con orgoglio per l’internazionalismo proletario, si opposero strenuamente alla riforma della scala mobile, poi tutto cambiò.
Il grande assembramento del 12 novembre 1989 alla Bolognina viene indicato come il momento di inizio della diffusione del contagio, fino al 1991 i postcomunisti furono tutti colpiti dalla grave malattia che li trasformò da militanti della sinistra in ossequiosi campioni del più duro neoliberismo. Avevano cambiato ideologia ma conservata la più rigida tendenza all’ortodossia. Nessun siero keynesiano, nessun antidoto istituzionalista ha effetto, i postcomunisti si muovono, claudicanti e deformati, come zombie in una gabbia mentale circolare in cui si intravede un solo sbocco possibile qualsiasi cosa accada: il dogmatismo neoliberista.
La malattia ha vari stadi e colpisce in modo differenziato. Sembrano afflitti da una forma particolarmente severa i Presidenti di Regione. Bonaccini l’anno scorso propose di mandare a lavorare nei campi i percettori del reddito di cittadinanza, così indiscriminatamente, senza oneri per le aziende del comparto agricolo. L’ineffabile Vincenzo De Luca due giorni fa si è scagliato contro il reddito di cittadinanza, non perché non funzioni o per l’inefficienza dei controlli, non è questo il problema dello zombi postcomunista che guida la Campania, figurarsi, il reddito di cittadinanza farebbe concorrenza sleale agli imprenditori che vogliono sottopagare la forza lavoro. Insomma a fronte di stipendi da fame alcuni percettori del reddito di cittadinanza preferirebbero restare inoccupati piuttosto che essere sfruttati, davvero disdicevole. Un’argomentazione sensata e comprensibile se l’avesse proposta un senatore dell’ultradestra repubblicana del Mississippi, ma per un ex dirigente comunista è anomala, evidentemente la sindrome è all’ultimo stadio…
Al di là delle intemperanze dei Presidenti di Regione zombi una riflessione sul reddito di cittadinanza andrebbe svolta. La sua natura ibrida di strumento di politica attiva del lavoro e sostegno al reddito lo rende inadeguato ad affrontare la fase complessa che stiamo vivendo, ci troviamo stretti fra nuove povertà emergenti e la spada di Damocle dell’approssimarsi del termine del blocco dei licenziamenti, che, almeno in molti settori, non potrà perdurare.
Saranno necessarie risorse pubbliche per evitare un disastro sociale, ma è giunto il momento di essere coraggiosi ed andare oltre la riproposizione dei soliti strumenti che vengono estesi o modificati, mantenendo però le stesse caratteristiche.
Nel 1933 Franklin Delano Roosevelt per rispondere alla drammatica crisi occupazionale scaturita dalla crisi del 1929 attuò i Civilian Conservation Corps, si trattava di un programma di job guarantee: il governo investiva risorse per creare occupazione giovanile destinata alla tutela ed alla conservazione del patrimonio naturale.
In Italia è necessario investire nella tutela del territorio, nella cura del nostro incommensurabile patrimonio artistico, abbandonato all’incuria e all’indifferenza. La pandemia ha inoltre fatto emergere la necessità di rafforzare il sistema di cura delle persone. Gli anziani hanno bisogno di tutela ma anche di concreta assistenza e supporto, ed in prospettiva, considerando la demografia del nostro Paese, queste esigenze aumenteranno.
Il welfare dovrebbe essere una grande catena di solidarietà, le persone inoccupate o sottoccupate dovrebbero avere l’opportunità di una vita dignitosa, non con un reddito garantito bensì con una lavoro pubblico garantito che ne possa valorizzare le qualità umane e rispettarne la dignità.
Le risorse destinate ai percettori disoccupati involontari ed alla mobilità lunga dovrebbero essere invece utilizzate per programmi di job guarantee, che offrano l’opportunità di contribuire alla collettività a chi beneficia di un sostegno pubblico. Stephanie Kelton, accademica e consulente del gruppo Dem al Senato degli Stati Uniti, ritiene che questa dovrebbe essere una misura strutturale al fine di raggiungere la piena occupazione.
È un tema complesso che meriterebbe di essere discusso. Certo andrebbe adottata come misura congiunturale per dare una risposta agli espulsi dal mercato del lavoro a causa della crisi covid ed agli attuali disoccupati involontari. Il pubblico si troverebbe così a competere con il mercato del lavoro privato? Improbabile, gli interessati ad un programma di job guarantee sarebbero lavoratori non collocati dalla dinamica del rapporto domanda offerta, mentre i lavoratori dotati di più competenze ed abilità continuerebbero ad essere valorizzati dal mercato.
Lasciamo gli zombi PD nelle loro necropoli ed occupiamoci di cose serie, un programma straordinario di lavoro pubblico garantito, inteso come misura anticongiunturale nelle fasi di crisi più acute, dovrebbe essere oggetto di confronto nel dibattito politico.