Morti sul lavoro, la strage subdola

C’è una strage continua, subdola, da anni si perpetra in Italia. Sono morti non imputabili ad un agente naturale. Si tratta degli incidenti fatali sul lavoro. I dati del primo trimestre del 2021 registrano un incremento rilevante, +11,4%, rispetto allo stesso periodo del 2020.
Il dato non può essere motivato dall’inizio delle misure restrittive dello scorso anno, l’aumento è distribuito in modo omogeneo raffrontando i dati mese per mese.
Si è superato anche il primo trimestre 2019, quando gli eventi mortali furono 144, molti, troppi ma meno dei 185 di quest’anno.
Gli incidenti avvengono trasversalmente, in tutti i settori e su tutto il territorio nazionale, dall’industria al comparto edile, all’agricoltura, dal nord al sud, la questione della sicurezza sul lavoro si propone drammaticamente.
Osservando una media pluriennale l’Italia registra un tasso medio di incidenti sul lavoro del 2,6%, un incidente mortale ogni 100 mila lavoratori, il doppio della Germania, circa il 60% più del Regno Unito, siamo poi lontanissimi dalle virtuose Svezia e Paesi Bassi, ben al di sotto dell’1%.
È disgustoso che i media stiano dando una minima visibilità al tema perché nei giorni scorsi ha perso la vita Luana D’Orazio, una donna giovane, un’operaia, una madre e, diciamocelo chiaramente, anche una bella donna. Tutte le carte in regola per stare in primo piano nell’agorà dei social, ormai unico luogo della politica spettacolarizzata, che incapace di produrre progetti e promuovere proposte si accoda al tema strappa like del momento. La tragedia di Luana e delle altre 185 persone che hanno perso la vita nel primo trimestre dell’anno poteva e doveva essere evitata.
Non occorrono nuove leggi, nuove procedure, strutture burocratiche ecc. men che meno serve a qualcosa il pianto greco della politica, specie quella della sinistra, che ogni tanto si ricorda che dovrebbe occuparsi di questi temi ed organizza un convegno, o, visto il periodo, invade le nostre bacheche con una raffica di post.
Le organizzazioni sindacali individuano nella frammentazione delle filiere produttive e di servizi la causa dell’aumento del rischio: le grandi imprese scaricherebbero gli oneri della sicurezza su fornitori e subfornitori, ciò farebbe gravare sulle piccole e, addirittura, sulle microimprese i costi, rendendo di fatto impossibile adempiere alle normative previste dai protocolli.
Assumiamo che questa tesi sia corretta, posto in questi termini la questione non vedrebbe possibili strumenti risolutivi. La frammentazione è un elemento strutturale del sistema produttivo italiano, per quanto si possa convenire, anche sul piano macroeconomico si pensi ai benefici che si avrebbero sulla capacità di innovazione, che sarebbe meglio avere un sistema costituito prevalentemente da grande e media impresa, non è una questione che si possa risolvere nel breve periodo o con un singolo provvedimento normativo, richiede infatti un orizzonte strategico e l’attuazione di conseguenti e coerenti politiche industriali.
L’unica soluzione da attuare immediatamente è il potenziamento degli strumenti di controllo, formando il personale. Tutto questo non può voler dire mettere a disposizione della Pubblica Amministrazione un ulteriore strumento vessatorio nei confronti delle imprese, per quello c’è l’Agenzia delle Entrate che ne possiede già abbastanza, si tratta piuttosto di iniziare ad organizzare gli enti pubblici preposti sul modello di quelli nordeuropei. Il ruolo di un ente che deve vigilare sulla sicurezza nei luoghi di lavoro dovrebbe essere primariamente di accompagnare il sistema produttivo all’implementazione della normativa, intervenendo poi, con sanzioni gravose, dove sia evidente l’incuria o la palese trasgressione delle norme. Occorre una rivoluzione copernicana nei rapporti fra impresa e Amministrazione Pubblica, da qui passa la chiave per intervenire su un tema così delicato, che produce una quantità di vittime intollerabile per un paese occidentale.