Ecco perché oggi è il 25 aprile per tutti

Sono trascorsi 76 anni da quel 25 del 1945 quando il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale, una data simbolica. Dal 21 al 29 aprile di quell’anno insorsero tutte le grandi città del nord, era il punto di arrivo di un complesso processo, l’epilogo della guerra di Resistenza al nazifascismo. Ha senso celebrare ancora questa ricorrenza? La domanda non né oziosa né provocatoria, in fondo la guerra di liberazione è lontana, la generazione che la visse è quasi estinta, l’Italia di oggi è assai distante da quelle vicende. Potrebbe diventare un evento retorico, le nuove generazioni potrebbero iniziare a guardarla con la stessa prospettiva con cui si rivolgono alla vicenda risorgimentale. Il 25 aprile è diverso, ha ancora una stringente attualità, è il momento fondativo della nostra Repubblica, dalla Resistenza sono scaturiti i valori espressi nella nostra Costituzione, così nacque la nostra democrazia, la dimensione collettiva della nostra vita affonda lì le sue radici. È davvero insopportabile che una parte del paese la viva con un senso di estraneità, l’additi come “divisiva”. La guerra di liberazione, la Resistenza fu lotta fra fascisti e antifascisti, e gli antifascisti erano essenzialmente i comunisti, nella migliore delle ipotesi la sinistra. Una posizione che è il frutto avvelenato dell’ignoranza, il sintomo di una Repubblica non pienamente realizzata, che non sa essere fiera dei propri valori, al punto da non essere stata capace di trasmetterli ai propri cittadini.
La lotta fra Fascismo e antifascismo fu la lotta fra un’orrenda dittatura e tutti i democratici del nostro paese.
Nella mia città, Torino, la ex Casa Littoria, poi Casa del fascio sotto la dominazione nazifascista della Repubblica di Salò, oggi si chiama Palazzo Campana, il nome glielo diedero i partigiani di Giustizia e Libertà in onore del partigiano Campana, nome di battaglia di Felice Cordero di Pamparato, nobile di nascita, rampollo di una delle famiglie della più antica aristocrazia piemontese, antifascista ed eroe della guerra di liberazione.
Nei romanzi di Beppe Fenoglio incontriamo una narrazione di quella grande esperienza umana e politica, ed in questo caso dobbiamo dare alla parola politica il significato più alto e nobile che questa possa esprimere. Fenoglio non concede nulla alla retorica, la sua non è una descrizione agiografica della Resistenza, per questo subì anche l’emarginazione della cultura militante di sinistra negli anni settanta. I suoi romanzi raccontano con disincanto e lucidità la scelta di tanti giovani, poco più che adolescenti, che sentirono la spinta etica e morale, prima che militante, di abbracciare la lotta armata, di lasciare le proprie certezze, le proprie famiglie per la vita della montagna, per la guerriglia, perché la Libertà è un valore assoluto, se veniamo privati di essa nessun prezzo è troppo alto pur di riappropriarcene, neanche l’estremo sacrificio.
La sottovalutazione del 25 aprile, il considerarlo estraneo o peggio ostile, in quanto “celebrazione comunista” è sicuramente una prerogativa della cultura di destra, o di quella ad essa contigua. Il fatto che in Italia la destra abbia tutt’oggi difficoltà a rompere senza tentennamenti con il passato neo o postfascista è una questione ancora aperta nella nostra democrazia. Sarebbe però semplicistico indicare quella sola parte politica come responsabile dello smarrimento del senso della celebrazione della Liberazione. Sicuramente la rimozione collettiva del Fascismo come fenomeno radicato nella nostra cultura nazionale, che ha goduto di ampio e diffuso consenso popolare, è alla radice del rapporto ambiguo che abbiamo con la nostra storia. Non c’è contraddizione nell’affermare che molte persone oneste aderirono al fascismo, credettero in quell’opzione politica, ed il prendere che atto che fu una feroce dittatura che si macchiò di crimini contro l’umanità e portò al disastro la nostra nazione. È questa ambiguità delle forze moderate che consentì alla sinistra di accreditarsi come custode della cultura della Resistenza, e che, probabilmente, ha contribuito a creare quel vulnus per cui c’è qualche imbecille che si infastidisce ascoltando O bella ciao, pensando sia un inno politicamente connotato, mentre è il canto di tutto il popolo italiano che lottò unito per ripristinare e rifondare la democrazia.
Le incertezze sulla Resistenza si devono anche alla sinistra postcomunista, che prima si appropriò del vessillo della Resistenza, salvo poi negli anni novanta abbandonarlo, nel quadro del cedimento culturale in cui ogni argine era rotto, ogni subalternità era cercata con pervicacia. Basterà ricordare il discorso dell’allora Presidente della Camera Luciano Violante che nel 1996 non ebbe nessuna remora ad equiparare repubblichini e partigiani per occhieggiare tatticamente alla destra, accarezzando l’ambizione di una sua elezione al Quirinale, che non vedemmo e, fortunatamente, non vedremo mai.
Cosa resta dunque nel 2021 di quella generazione che lasciò le proprie case per combattere contro l’abominio nazifascista? Innanzitutto i principi fondamentali della nostra Costituzione, un edificio solido, su cui stabilmente si regge la nostra democrazia, ci lasciano inoltre l’esempio dell’amore della libertà come bene supremo, dello spirito di coesione nazionale che consente di superare ogni difficoltà, lo ha richiamato anche, più che opportunamente, il Presidente Mattarella. Ci invitano anche a smettere di vivere avvolti nel terrore, a guardare con fiducia al futuro, per quanto funesto possa essere il presente. Mattia Feltri lo scorso anno ha scritto che settanta anni fa si moriva per la libertà mentre oggi si cede la libertà per non morire. Dopo un anno sembra essere cambiato poco. L’esempio della Resistenza può essere ancora un vivo, attuale, concreto riferimento: coesione, solidarietà ed amore per la libertà devono essere il terreno dell’agire politico delle nostre istituzioni, occorre essere coraggiosi ed ambiziosi, essere degni di quegli uomini e quelle donne, spesso ragazzi, che erano pronti a dare tutto per il sogno di un futuro senza tiranni.