C’era una volta la seconda casetta al mare

Nel corso di questa crisi pandemica, fra i veri interventi che dovrebbero essere di supporto alle famiglie in difficoltà ce n’è uno che si è rivelato davvero un gran pasticcio: quello del blocco degli sfratti per gli inquilini morosi. In realtà non è soltanto un pasticcio, ma ad una lettura un po’ più approfondita, questa norma nasconde un’interpretazione di come prestare assistenza sociale ed economica in un modo assolutamente distorto ed inquietante. Spieghiamo perché. 

Cos’è avvenuto? Di fronte alla crisi di migliaia di cittadini che si sono ritrovati senza reddito e nell’impossibilità di pagare gli affitti, il governo ha risposto bloccando la possibilità di eseguire gli sfratti. In linea di principio questo risponderebbe ad un sacrosanto diritto di poter continuare ad avere un tetto sulla testa o un locale in cui proseguire la propria attività economica. E se la crisi è così generalizzata come quella dovuta alla pandemia e non c’è modo di sostenere le spese, è una questione di equità continuare a garantire sostegno alle persone in difficoltà. 

Ma adesso veniamo all’altra faccia della medaglia. In Italia i proprietari che danno in affitto degli immobili non godono sempre del privilegio di avere proprietà commerciali in Via Montenapoleone a Milano o in via dei Condotti nel centro di Roma, ma in gran parte hanno magari un piccolo appartamento ereditato dai genitori che l’avevano comprato con i propri risparmi per lasciarlo ai figli, oppure un piccolo negozio, o un locale in una zona decentrata. Insomma soprattutto persone che dall’entrata derivante dalla locazione traggono una piccola fonte integrativa di reddito che consente una piccola spesa in più, o forse il pagamento di un corso universitario per i figli, o anche una cena in pizzeria in famiglia, se non addirittura la copertura di qualche debito pregresso. Insomma parliamo di tanti piccoli proprietari che si sono trovati a non ricevere più un’entrata programmata con l’assurdo onere di dover continuare a pagarci sopra le imposte. Per i grossi proprietari infatti il problema non si pone in questi termini.

E qui è la prima clamorosa ingiustizia: non si riceve reddito ma si paga il fisco come se si ricevesse.

Non è finita qui. 

Perché il blocco degli sfratti non è stato applicato soltanto agli inquilini che non pagano l’affitto a causa della crisi, ma pure a quelli che erano morosi precedentemente. E tra questi morosi pre-covid, purtroppo anche qui perché siamo in Italia, ci sono proprio tanti furbacchioni che si approfittano di una normativa vantaggiosa, occupano gli immobili e scientificamente non pagano più l’affitto, magari utilizzando prestanome o altro, tanto nessuno li manderà via. Molto spesso il piccolo proprietario resta senza tutele e non recupera mai i crediti che gli spettano.

Come possiamo capire, dietro una simile situazione c’è una logica che vede il piccolo proprietario come un individuo da colpire e penalizzare. Costringendolo a pagare il fisco e impedendogli di disporre del proprio immobile, si realizza di fatto un esproprio assolutamente iniquo e si esercita quasi una vessazione per il solo fatto che esiste una proprietà. 

Decenni di politiche abitative insistenti, di una seria edilizia residenziale pubblica mai realizzata, di ingiustizie che si trascinano per anni seminando il conflitto tra le persone più in difficoltà, anni di attese di alloggi popolari, di occupazioni abusive, di assenza della politica viene fatta completamente ricadere sulle spalle di una classe media che aveva costituito in Italia la struttura portante della società e che, negli ultimi anni, di fatto, si sta sempre più “proletarizzando”. 

Ma quanta iniquità c’è dietro tutto questo?

La nostra Costituzione all’articolo 42 recita “….La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti…”. 

È questo il modo con cui si garantisce la funzione sociale e l’accessibilità della proprietà? 

Questa è una situazione molto più seria di quanto possa sembrare, perché colpisce trasversalmente fasce della popolazione più deboli. Il Next Generation EU dovrebbe prevedere lo sviluppo di una edilizia residenziale pubblica e speriamo che ripartano i cantieri per gli alloggi popolari.

Ma quello che deve anche cambiare è la visione di società che consenta un ritorno ai tempi in cui l’Italia cresceva, e si costruiva una classe media solida, con le famiglie che riuscivano a risparmiare e per trovare un po’ di benessere magari compravano la seconda casetta al mare, per trascorrere le vacanze e lasciare qualcosa di buono ai figli, una piccola forma di ricchezza che scelte politiche insensate trasformano in povertà.