Grillo padre

Un padre che difende il figlio è sempre comprensibile e quasi sempre non sindacabile. Non è un caso che in sede penale si utilizzi una disciplina specifica per la valutazione delle testimonianze di congiunti. Un padre famoso che mette sul piatto il peso della propria capacità di sensibilizzazione e mobilitazione non è detto che porti fortuna a chi vive un procedimento penale. E può ben darsi che, dopo tanto tempo, parli perché avverte la pressione su di sé, oltre che sul figlio. Ma queste sono questioni che mi inducono ad essere rispettoso. Sono cose della vita che si risolveranno assieme al procedimento stesso. In un modo o nell’altro.
Beppe Grillo, però, è anche non solo un capo politico, ma la guida del partito di maggioranza relativa, costantemente al governo, in tre diversi e per certi aspetti opposti governi, dall’inizio della legislatura. Questo impone di porgli un problema politico.
Le prove, naturalmente, esistono in quanto tali solo nel corso di un dibattimento penale. Che non è alle viste. Al momento sono passati quasi due anni dai fatti e non c’è neanche la richiesta di rinvio a giudizio. Esaurite le solite parole sui tempi della giustizia, resta intonsa la presunzione d’innocenza. Nel corso delle indagini gli elementi da portare a processo sono raccolti dalla procura, che incarnerà l’accusa. L’accusa è, nel processo accusatorio, una parte, al pari della difesa. Ci siamo sgolati per anni nel dirlo e che oggi torni utile a chi lo ha a lungo negato non mi induce ad altro che a confermare quanto sia giusto. La spettacolarizzazione dell’accusa, unica voce nella fase che precede il dibattimento, è una condotta incivile. Vale sempre e per tutti. Se le prove sono schiaccianti, come spesso s’annuncia, che si vada al processo e si punti al giudizio. Se sono inesistenti vorrà dire che la difesa otterrà il giudizio che chiede. Quel che conta è il giudizio.
Ma c’è un dettaglio: auguro a tutti gli indagati prima ed eventualmente imputati poi, tutti, senza distinzione di reato presupposto, di vedere concluso in tempi ragionevoli il procedimento che li riguarda, ma una legge voluta dal partito di Grillo potrebbe condannare il figlio di Grillo a vedersi processato a vita, anche se assolto in primo grado, perché quella sentenza, che immagino accoglierebbe con piacere, conterrebbe una coda avvelenata: cancellerebbe la prescrizione e la procura soccombente e ricorrente non avrebbe interesse ad arrivare celermente alla sentenza definitiva. Un esito terribile, una mostruosità che nega la civiltà del diritto, che non si augura a nessuno, ma che il partito di Grillo ha imposto a tutti.