L’Italia è un Paese unito e moderno? L’opinione di Valerio Antonelli

L’Italia è un Paese unito e moderno? È il titolo di un convegno che ha messo a confronto i giovani lombardi, coordinati da Tommaso Alessandro De Filippo della Federazione Giovanile Repubblicana. Sono intervenuti tra gli altri Giulio Solzi Gaboardi, direttore de Il Carroccio, giornale della Lega Giovani Lombardia, Luca Vassallo, coordinatore provinciale di Forza Italia, Riccardo Ferri, coordinatore regionale Gioventù Liberale e Massimo Cafarda, coordinatore regionale Giovani Socialisti. Per i repubblicani è intervenuto Valerio Massimo Antonelli, coordinatore regionale Fgr.

«Siamo un paese unito?», ha detto Antonelli. «Ecco, la risposta è no, un no secco. Siamo, semmai, un paese unitario, ma non significa niente. Non ci vuole niente ad annettere uno stato al tuo. È cosa molto diversa, invece, renderlo parte integrante di un sistema. E noi, non c’è bisogno che lo dica, non siamo un paese unico, conforme a valori e interessi comuni. Non solo, appunto, a livello geografico – passiamo dalle Alpi a isole al largo del Nord Africa, mentre in Germania si passa da Amburgo a Monaco di Baviera – ma anche, e soprattutto, a livello storico-culturale. È interessante vedere, in particolare, quali forme di governo e di società hanno caratterizzato il nord e il sud del nostro paese. Ebbene, se a nord avevano già inizio nel medioevo modelli di autogestione del potere come i comuni, al sud hanno regnato sempre e soltanto modelli monarchici, eccezion fatta per le fragili repubbliche sorelle portate da Napoleone. A Nord tutto ciò era il riflesso di una società dinamica, borghese, che traeva vantaggio dagli scambi commerciali e culturali con il mondo d’oltralpe; a sud di una società statica, paternalista, legata alla terra. Il nord gettava le basi del nostro essere repubblica. Difatti, al referendum del 46, la Repubblica vinse nel centro nord, non al sud».

«Gli italiani sono un popolo di sedentari. Chi fa carriera ottiene una poltrona».
(Gino Bartali)


«Ed eccoci arrivati al secondo punto: perché non siamo uno stato moderno? Anche qui la risposta è semplice: perché non siamo repubblica. Voi sarete straniti perché l’ordinamento del nostro paese è in effetti democratico repubblicano. Ma per me, che sono repubblicano, o almeno cerco di esserlo, che vengo da una tradizione volta a considerare la nazione nel suo insieme, passando da Mazzini a Ugo La Malfa, non è vero. Uno stato in cui ad un referendum come quello del 46 la repubblica vince col 54% (12 milioni a 10) non è una repubblica. Sarà scritto sulla costituzione, certo, ma non nella coscienza delle persone. Non ci si improvvisa repubblica: la repubblica è una comunione di intenti. Individui liberi che si impongono mazzinianamente il dovere di partecipare alla cosa pubblica e, allo stesso modo, di anteporla al proprio interesse. Se fossimo 100 in questa riunione, quei 46 che hanno votato per la monarchia dovrebbero sorbirsi, incapaci di comprenderlo, un ordinamento repubblicano, e quei 54 repubblicani dovrebbero fondare la loro repubblica con metà del paese avverso ad essa. Repubblica che come ho detto è la forma di governo più efficace e moderna. La burocrazia, la lentezza dell’apparato statale e la sua fragilità, sono delle conseguenze della mancanza di una cultura repubblicana nel nostro paese. L’uomo repubblicano vede lo stato come una persona comune guarda alla sua casa: si prende cura di lui, lo controlla. L’uomo monarchico, la maggioranza, no. È figlio di una cultura provvidenzialista e assistenzialista che vede lo stato come qualcosa di altro. Vede la repubblica come qualcosa che non gli può appartenere. A mio modo di vedere, l’astensionismo è una conseguenza di ciò».


«Come si potrebbe ovviare a tutto questo?», ha chiuso Antonelli. Con l’educazione. Intesa però in senso mazziniano, ossia come la creazione di un cittadino, lontana dalla sterile istruzione di oggi che crea meteore prive di coordinate civiche e politiche. Non basta fare educazione civica; si deve fare sì che essa nasca spontanea nei ragazzi.
Vengo, in ultima battuta, al federalismo. Io, come la mia giovanile e il mio partito, non sono a favore di un potere dello stato rispetto alle regioni perché sono un accentratore, ma perché conscio delle già enormi difficoltà di avere un paese efficiente in cui vivere. Sarei ben contento di dare più autonomia alle regioni, ma solo quando queste avranno dentro di se un’identità italiana, che ora è inesistente. Sono convinto che se l’Italia avesse dato retta a Mazzini, saremmo oggi un paese più unito e moderno».