Zuccarelli: «La ripartenza del Paese sia nel segno dei giovani»

La sanità italiana vive un momento di assoluta e costante difficoltà, derivante dalla disorganizzazione di molte strutture risalente già a decenni passati ed acuitasi con l’avvento dell’emergenza pandemica. Pertanto, abbiamo intervistato Bruno Zuccarelli, Presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli appena eletto, al fine di comprendere le prospettive future per il superamento dell’emergenza e per la rinascita della sanità napoletana.

Presidente Zuccarelli, lo scorso 2 aprile è stato eletto all’unanimità Presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli. Quali sono le principali prospettive del suo mandato?
«La principale prospettiva sarà quella di difendere la professionalità ed il decoro della professione medica, in qualsiasi categoria e modalità essa venga svolta. I medici non sono necessariamente eroi ma certamente non devono essere vittime del servizio sanitario nazionale che servono con dedizione ed impegno. Ad esempio, il mese scorso abbiamo consegnato ai rispettivi parenti delle medaglie in onore dei quasi 40 medici deceduti solo tra Napoli e provincia con l’avvento e le conseguenze dell’emergenza Coronavirus. Inoltre, i tanti tagli economici al servizio sanitario hanno determinato in Regione Campania una carenza di competenze, professionalità e di circa 13-14mila unità. Ovviamente tali carenze non possono che acuire le difficoltà del nostro settore».
La sanità napoletana infatti affronta un momento di reale difficoltà. Pensa che fosse preparata all’arrivo della pandemia, oppure l’effetto sorpresa ha contribuito ad espandere problematiche già presenti?
«In un bellissimo filmato di pochi anni fa Bill Gates metteva in guardia la società dall’arrivo di pericolose pandemie, esplicitando la nostra impreparazione verso di esse, piuttosto che dall’arrivo delle consuete guerre combattute con le armi. Non avendo colto il reale pericolo abbiamo evitato di investire in ricerca, epidemiologia e tutti quei settori strategici che avrebbero permesso una maggiore prevenzione ed una risposta medica immediata».
Ancora oggi a Napoli molti medici vivono in ambienti lavorativi con misure di sicurezza spesso insufficienti. Crede che la carenza di risposte derivi maggiormente dagli errori dei governi nazionali o dalle responsabilità di amministrazioni comunali e regionali?
«L’epidemia di Covid-19 ha dimostrato come muoversi in ordine sparso tra le regioni comporti risultati controproducenti. Ad esempio, è assurdo constatare che alcune regioni siano più avanti sulle vaccinazioni rispetto ad altre. Non dobbiamo tornare al centralismo del passato ma credo che maggiore controllo da parte degli organi centrali potrà comportare una risposta omogenea su tutto il territorio nazionale».
È ipotesi recente quella di utilizzare anche i medici di base per la somministrazione dei vaccini anticovid. Sarebbe favorevole? Nel caso, ritiene che sarebbero nelle condizioni di poter lavorare in adeguata sicurezza?
«Non si può prescindere dal medico di medicina generale, dato che esso è colui che maggiormente conosce i propri assistiti. Ricordo che per somministrare un siero è necessario acquisire il consenso di colui che si sottopone alla vaccinazione. In ragione di ciò, chi più del medico di base può conoscere la storia del suo assistito? Il loro apporto sarà certamente necessario nel prossimo futuro».
Come pensa abbia impattato la pandemia nel nostro contesto sociale? Mi riferisco, in primis, alla salute psichica dei cittadini ed in particolare a quella delle nuove generazioni. Pensa che le misure di prevenzione siano necessarie ed adatte, oppure si riveleranno sbagliate e dannose?
«Abbiamo pensato che dopo la prima ondata ne potesse arrivare anche una seconda. Siamo ora nel corso della terza, pertanto le restrizioni si sono prorogate per un lasso di tempo molto lungo. La salute psichica è per tutti pericolosamente minata: essere rinchiusi in casa comporta una privazione relazionale ed affettiva, devastante per le nostre consuete abitudini sociali. Inoltre, se non riusciremo a superare in tempi brevi l’emergenza pandemica non potremo tutelare a dovere i tanti pazienti affetti da altre patologie che hanno subito ritardi e meno attenzione del dovuto».
La strada per diventare medico in Italia è troppo spesso in salita. Pensa sia necessaria una maggiore sburocratizzazione ed una maggiore fiducia nelle giovani competenze, anche da parte del governo nazionale?
«La sburocratizzazione non può certamente prescindere dalle qualità. Pertanto, sarà importante formare sin da giovani i nostri studenti, coinvolgendoli in piani di studio e formazione che possano quanto prima immetterli in questo fondamentale settore lavorativo. Non possiamo permettere ancora che numerosi giovani si formino in Italia e poi regalino le proprie qualità a nazioni estere, date le difficoltà ad immettersi nel nostro ambito sanitario».
Da medico e Presidente cittadino della categoria che messaggio vorrebbe recapitare proprio ad un giovane che sogna un futuro lavorativo e di vita in questo ambito?
«È’ la professione più bella. Abbiamo un grande bisogno di medici, professionalità e competenze sul nostro territorio. I giovani soprattutto devono avere grande fiducia in loro stessi, nel settore medico e contribuire al futuro della sanità nella nostra realtà cittadina».
Quali sarebbero le sue tre principali proposte per permettere all’Italia di lasciarsi alle spalle, quanto prima, questo momento difficile?
«Il ritorno da parte dell’organo centrale sulla verifica dei livelli di assistenza. Investire adeguatamente nella sanità, non sperperando risorse ma accertandosi che il capitale immesso sia in continua evoluzione e produca dei risultati adeguati. Infine, torniamo a credere realmente nella risorsa umana. Non possiamo prescindere dal valore di essa e dobbiamo necessariamente costruire il futuro riscoprendone l’essenza».

Tommaso Alessandro De Filippo