Dal 6 aprile si tornerà alla normalità. Ecco perché

C’è una data. Il 6 aprile. Che dovrebbe essere quella della normalità. Contrariamente all’opinione del tavolo tecnico. E contrariamente agli indirizzi di oggi. Non che sia cessata la volontà dei soliti noti di spacciare per ‘emergenza’ una cronica inefficienza e una corruzione che non si arresta nemmeno davanti ai morti. Solo che dittatura sanitaria, creata da Conte ed ereditata con imbarazzo da Draghi, ha finalmente stufato. A destra come a sinistra. La ciccia delle valutazioni è: i lockdown non è nemmeno detto siano utili, il virus è in fase calante, in più abbiamo in sicurezza la fascia più debole ed esposta, a queste condizioni non ha più senso continuare a giocare con le libertà fondamentali degli italiani e soprattutto con le loro libertà economiche. Non è la crisi sanitaria che spaventa. Anche se i giornali ogni giorno ci aggiornano sul numero di morti per alimentare il terrore. È la crisi economica. L’enorme disuguaglianza che si sta creando nel nostro Paese, tra i lavoratori garantiti e i non garantini e anche all’interno delle singole categorie economiche.

«Queste misure sono inutili», ha ribadito Vittorio Sgarbi in un intervento in aula giusto ieri. Anche Massimo Cacciari ha suggerito a Draghi il da farsi: «Il Paese deve ripartire. Certo il rischio zero non esiste, dovremo pure cominciare a parlare di futuro, no?». La pandemia non è affatto neutrale, non colpisce tutti allo stesso modo. Ci sono intere fette di Paese che la stanno pagando. E i ristori sono la metà di quelli che danno in Francia o in Germania.

Ma c’è una ragione più pratica per dire che più o meno è finita l’Italia dei colori. Gli italiani si sono stufati. Non solo i tanti ragazzi che spingono per riacquistare la loro libertà, e che non tollereranno nuovi fermi, ma anche i commercianti che, semplicemente, non staranno più ai diktat. «1.200 ristoranti, pub birrerie, pizzerie in tutta Italia (di cui 300 a Roma e nel Lazio) apriranno a pranzo e a cena. Non è una provocazione, né un atto dimostrativo, ma una questione di sopravvivenza». Lo ha annunciato Paolo Bianchini (nella foto), presidente di Mio Italia, Movimento imprese ospitalità (Mio). «Da un anno i piccoli imprenditori dell’ospitalità a tavola sono costretti a chiudere, aprire e chiudere, in contrasto con le evidenze scientifiche, senza prospettive, programmazione, piani di rilancio, indennizzi ragionevoli, interventi sui costi fissi». Non è escluso che altre categorie, i centri scommesse, le palestre, scelgano la via del muro contro muro. Persino sanzionare, a quel punto, sarà difficile.