La “legge” della giungla

Con certe opere il successo e la diffusione sono le peggiori forme di incomprensione. Banalizzano, tendono a stereotipare capolavori immensi non riducibili a sparute etichette. È il caso de Il libro della giungla di Rudyard Kipling (Tipheret). L’opera troppo spesso confusa con la sola storia di Mowgli o con la letteratura solo per l’infanzia, è spesso sottovalutata e poco compresa. Complice soprattutto la trasposizione disneyana. Il libro della giunga è in realtà molto altro. È la grande favola morale dell’iniziazione dell’uomo alla vita. La testimonianza autobiografica dell’abbandono, della solitudine. È l’allegoria della società umana e delle sue forme dietro le maschere animalesche degli animali della giungla. Resi attraverso racconti, poemetti che nascondono e alludono a significati e simboli provenienti dalla mentalità vittoriana e dalla cultura liberomuratoria. Non è un segreto, infatti, l’appartenenza massonica di Kipling, declinata in poesie come La loggia madre o romanzi brevi, primo fra tutti L’uomo che volle farsi re. Ma mentre nelle poesie o nel romanzo breve sopra citato, la massoneria è ambientazione, motore e tema esplicitamente citato, nel Libro della giungla essa si fa substrato culturale, rappresentata tramite una simbologia accurata e ricca di echi. Simbologia raffinata quanto di difficile comprensione per gli estranei a quel mondo. A districare questo labirinto di riti e significati, il commento del Professor Marco Rocchi. Un commento capace di illuminare e chiarire le vicende e le forze culturali che hanno plasmato questo capolavoro della letteratura britannica. Proprio nelle note del Rocchi, si spiega quanto i vari racconti (con Mowgli e non) siano il cammino spirituale e iniziatico tipico della massoneria, in cui si mostrano i conflitti e i temi di questo mondo. Primo fra tutti il tema della libertà e lo scontro col dispotismo rappresentato da Riki-Tikki, o l’attenzione al culto del dubbio. Oltre ad una lettura massonica è imprescindibile una interpretazione storico-culturale. I racconti risentono delle atmosfere e delle idee della società vittoriana, di cui Kipling fu uno dei cantori. Dal riferimento alla filosofia di Herbert Spencer, alla concezione imperiale e coloniale presente in altre opere del premio nobel britannico. Come Fedro nell’antica Roma, anche Kipling sceglie il meccanismo della favola per rappresentare la società del suo tempo, per esprimere una morale che incrocia l’etica della libertà alla difesa dell’autorità. L’opera infatti cerca di mostrare le tensioni che animano il giovane cucciolo di uomo e i personaggi dei racconti, nel confrontarsi e scontrarsi con La legge della giungla. Come una grande opera formativa ricca di umanità e spessore. Una lettura degna delle maggiori penne della cultura britannica, che non va letta con i paraocchi ideologici degli ultimi anni, ma va apprezzata alla luce della complessità di letture e della profondità dello sguardo del suo autore sull’uomo e le sue maschere.