Per aspera ad AstraZeneca

È proprio lastricata di asperità la via del siero di Oxford, vi furono già problemi sulla gestione dei dati in fase di sperimentazione ed oggi si insinua il sospetto, alimentato addirittura dalle autorità sanitarie tedesche, che il vaccino possa causare, fra le reazioni avverse, una rara forma di trombosi che porta al decesso.
In Italia è stata la Regione Piemonte la prima a sospendere le dosi di fronte ad una morte sospetta, l’autopsia ha però escluso un nesso di causalità fra la vaccinazione ed il nefasto evento.
La sospensione, divenuta europea, della somministrazione del farmaco danneggia la campagna vaccinale italiana, dal canto suo l’azienda non si è lasciata impressionare. Pascal Soriot, il CEO di AstraZeneca, ha dichiarato che vi sono state più di 17 milioni di dosi inoculate e meno del 2% di reazioni avverse, con sospetto esito fatale, in verità ancora da dimostrare, solo in 15 casi. Gli dà ragione il Governo di Sua Maestà che non ha arretrato di un passo il piano di vaccinazione nel Regno Unito.
Nel tira e molla della fornitura delle dosi le ultime notizie sono che AstraZeneca si è impegnata a fornire all’Italia non meno di 5 milioni di dosi entro marzo, ma non rilascia dati precisi rispetto agli adempimenti previsti dai contratti. Chissà poi cosa c’è scritto in questi contratti, sono secretati e non accessibili neppure ai parlamentari europei, il che è di una gravità inaudita.
Gli inadempimenti sulle forniture non sono un’esclusiva degli anglo-svedesi, è praticata da tutti i produttori di vaccini, anche da chi ha ricevuto risorse pubbliche di istituzioni europee, come Pfizer che ha fruito di un finanziamento B.E.I. di trecento milioni a tasso agevolato, ma preferisce vendere al migliore offerente, il che è legittimo. Lasciare alla logica del mercato un bene essenziale e strategico come i vaccini è un errore della politica, non certo di aziende il cui obiettivo è realizzare profitto per i propri azionisti.
Sarebbe però doveroso rispettare gli impegni assunti, invece abbiamo assistito a diverse scorrettezze, tanto che il Presidente Draghi è intervenuto personalmente per impedire l’esportazione di alcune dosi verso paesi extraeuropei. I numeri non erano significativi, il gesto politico sì.
La vicenda AstraZeneca ripropone con forza il tema del corto circuito fra politica, informazione e pubblica opinione. Il nostro Paese ha di che essere preoccupato delle peripezie del siero inglese, aveva infatti strategicamente scelto questo vaccino rispetto agli altri disponibili. Questa scelta, che certamente sarà stata oggetto di valutazioni tecnico-scientifiche, è stata assunta da chi aveva responsabilità politiche, il concetto stesso di scegliere per tutti, o comunque per altri cittadini, implica un atto politico. Sarebbe utile capire le ragioni che hanno portato a questa valutazione. Escludendo che si sia trattato di una preferenza sulla tecnologia adottata, i vaccini ad RNA messaggero sono stati acquistati e somministrati alle categorie ad alta priorità nella prima fase della campagna vaccinale, dobbiamo pensare che sia stata una scelta orientata sui costi, sulla minore complessità logistica, che è un altro modo per dire costi. Insomma sicuramente sarà stato adottato un criterio ma ai cittadini non è stato comunicato.
Qualsiasi valutazione del Comitato Tecnico Scientifico è stata sempre avvolta da un velo esoterico, impenetrabile se non a pochi iniziati, la democrazia però si fonda sulla trasparenza e sulla condivisione delle ragioni che portano ad assumere le decisioni.
Non è la scelta di un siero piuttosto che un altro, ma la complessiva strategia attuata. È stata irrisa l’iniziativa del ministro Giancarlo Giorgetti di convocare un tavolo con le industrie farmaceutiche per valutare la riconversione di siti produttivi in Italia per avviare la produzione delle dosi nel nostro Paese. Hanno coniato una nuova categoria politica, il “sovranismo vaccinale”. C’è poco da ridere, se questo lavoro lo avesse svolto Patuanelli, che pure è stato uno dei migliori ministri giallorossi gli va riconosciuto, lo scorso autunno probabilmente oggi saremmo ad un passo dall’inaugurare una produzione italiana di vaccini, naturalmente su licenza americana o anglo-svedese.
Quello che emerge con prepotenza dalla vicenda pandemica è, tra tutto il resto, l’assoluta inadeguatezza politica della costruzione europea. La Commissione ha sottoscritto dei contratti con le case farmaceutiche, le ha mallevate da qualsiasi responsabilità riguardo gravi effetti collaterali dei farmaci, almeno così si dice i contratti sono segreti. Ora però non riesce a far rispettare gli accordi. Ha sbeffeggiato il vaccino russo Sputnik V, salvo poi essere smentita dall’EMA, il professor Cavaleri ha dichiarato che il vaccino russo è “disegnato bene”. Non si è neanche risparmiata una reazione stizzita quando si è appreso che in Italia, Francia e Spagna si sarebbe avviata la produzione del siero, poi hanno aderito all’iniziativa alcuni produttori tedeschi, quindi tutto bene. Il gioco della geopolitica e la forza di pressione lobbistica pesa troppo sulle scelte della Commissione Europea, anche di fronte a questioni che riguardano la vita umana.
Gli Stati Uniti nacquero scandendo lo slogan no taxation withhout representation, i cittadini europei vivono in un sistema che di fatto rischia di renderli sudditi. Dobbiamo trarre, per l’ennesima volta, il definitivo insegnamento di quanto sia essenziale un percorso di integrazione democratica dell’Unione Europea, che veda il suo cuore ed il suo asse centrale nel Parlamento e non più negli organismi esecutivi. L’Europa deve essere il motore di un nuovo umanesimo e mettere al centro gli interessi dei propri cittadini, non si tratta di dichiarazioni di principio o formule astratte, possibile che non ci si interroghi sul fatto che un gigante dai piedi d’Argilla come la Russia, o che persino Cuba, un paese che ha poco più del PIL della Croazia avendo il doppio degli abitanti e che vive una complessa crisi economica, riescano a produrre un vaccino e l’area più ricca del pianeta, ed una di quelle dotate delle tecnologie più avanzate, sia completamente dipendete per l’approvvigionamento dei vaccini. Ben venga il “sovranismo vaccinale”, sia inteso come il fiorire di un sentimento di patria comune europea della quale abbiamo sempre maggiore necessità.