Dal Covid-19 una lezione “culturale” dell’UE alla lotta alla povertà

Il 27 maggio la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato “Next Generation EU”, il piano per la ripresa da 750 miliardi, che ha l’obiettivo di mitigare gli effetti della pandemia e stimolare gli investimenti nell’Unione europea per le prossime generazioni. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza strumento principale del Next Generation EU metterà a disposizione 672,5 miliardi in prestiti e sovvenzioni per sostenere riforme e investimenti negli stati membri.
Il Parlamento e il Consiglio hanno deciso definitivamente come colegislatori implementando il piano col recente regolamento UE 241/2021 pubblicato nella GUUE del 18 febbraio scorso. I fondi consentiranno all’UE di raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica e transizione digitale, offrendo sostegno all’occupazione e rafforzando il ruolo dell’UE a livello globale. «… La crisi Covid-19, così come la precedente crisi economica e finanziaria del 2009, hanno dimostrato che lo sviluppo di economie solide, sostenibili e resilienti nonché di sistemi finanziari e di welfare basati su robuste strutture economiche e sociali aiuta gli Stati membri a reagire con maggiore efficacia e in modo equo e inclusivo agli shock e a registrare una più rapida ripresa. La mancanza di resilienza può anche comportare effetti di ricaduta negativi dovuti agli shock tra Stati membri o nell’Unione nel suo insieme, ponendo in tal modo sfide per la convergenza e la coesione nell’Union” (Considerando n. 6 del Regolamento UE 241/2021).
“È opportuno – afferma il considerando n. 28 – che l’uguaglianza di genere e le pari opportunità per tutti e l’integrazione di tali obiettivi siano tenute in considerazione e promosse durante l’intera preparazione e attuazione dei piani per la ripresa e la resilienza”; “gli investimenti in solide infrastrutture di assistenza sono essenziali anche per garantire la parità di genere e l’emancipazione economica delle donne, costruire società resilienti, combattere il precariato in un settore a prevalenza femminile, stimolare la creazione di posti di lavoro nonché prevenire la povertà e l’esclusione sociale, e hanno un effetto positivo sul prodotto interno lordo (PIL) in quanto consentono a un maggior numero di donne di svolgere un lavoro retribuito.”
L’11 febbraio 2021 la Commissione europea ha pubblicato le sue previsioni economiche d’inverno 2021. Dopo la forte crescita nel terzo trimestre del 2020, l’attività economica si è nuovamente contratta nel quarto trimestre poiché la seconda ondata della pandemia ha portato a nuove misure di contenimento. Con tali misure ancora in vigore, le economie dell’UE e della zona euro dovrebbero contrarsi nel primo trimestre del 2021. La crescita economica dovrebbe riprendere in primavera e acquisire slancio in estate con l’avanzare dei programmi di vaccinazione e la graduale riduzione delle misure di contenimento. Davanti abbiamo la sofferenza del mondo del lavoro: nell’UE a 27 il tasso di disoccupazione (fonte Eurostat) a dicembre 2020 è stato del 7,5% (6,5% nel 2019), con variazioni profonde da Paese a Paese, dalla Spagna che ha toccato il 16% (13% nel 2019) alla Germania 4,6% (3,3% nel 2019), all’Italia che merita un’attenzione in più. Il tasso di occupazione (fonte Istat) è sceso di quasi l’1% con la perdita di 400 mila posti di lavoro l’anno. I più colpiti sono stati i lavoratori con contratti flessibili, stagionali e quindi autonomi, tutte figure non coperte dal blocco dei licenziamenti. Danni contenuti nel settore dei lavoratori a tempo indeterminato col blocco dei recessi e la cassa integrazione Covid applicata a quasi 7 milioni di lavoratori.
Lo stato di povertà si è così manifestato con ancora più veemenza negli strati della popolazione. Per monitorare come la situazione sia evoluta durante e dopo i mesi del lockdown, la Caritas ha condotto tre rilevazioni nazionali. Una durante il lockdown ad aprile 2020, una a giugno e l’ultima con qualche mese di distanza, a settembre. Nel recente report contenente i risultati di questa indagine, si riporta come il 46% delle Caritas diocesane in grado di fornire dati sul periodo di aprile abbiano assistito quasi 450 mila persone, di cui il 30% erano “nuovi poveri”, ovvero persone che per la prima volta stavano vivendo una situazione di deprivazione. Questo rappresenta un aumento del 105% nel numero di nuove persone assistite, con un picco del 153% al sud. Questo dato è in linea con i risultati di una recente indagine della Banca d’Italia che sottolinea come, a causa del Covid-19, anche includendo eventuali strumenti di sostegno, quasi un terzo delle famiglie in Italia abbia visto il proprio reddito ridursi di più del 25%.
Secondo le stime dell’ISTAT del 4 marzo scorso, nel 2020 le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni (il 7,7% del totale, da 6,4% del 2019, +335mila) per un numero complessivo di individui pari a circa 5,6 milioni (9,4% da 7,7%, ossia oltre 1 milione in più rispetto all’anno precedente). I dati sono i peggiori dal 2005 e sono stati azzerati così i miglioramenti registrati nel 2019. Dopo 4 anni consecutivi di aumento, si erano infatti ridotti in misura significativa il numero e la quota di famiglie (e di individui) in povertà assoluta, pur rimanendo su valori molto superiori a quelli precedenti la crisi del 2008. L’aumento della povertà assoluta si inquadra nel contesto di un calo record della spesa per consumi delle famiglie (su cui si basa l’indicatore di povertà). Secondo le stime infatti, nel 2020 la spesa media mensile torna ai livelli del 2000 (2.328 euro; -9,1% rispetto al 2019). Rimangono stabili solo le spese alimentari e quelle per l’abitazione mentre diminuiscono drasticamente quelle per tutti gli altri beni e servizi (-19,2%).