Si bloccano i licenziamenti, non la disoccupazione

Il tasso di disoccupazione dell’eurozona è di circa l’8%, stabile rispetto alle ultime rilevazioni del 2020 in aumento di poco più di un punto rispetto al 2019.

In Italia il tasso oscilla, registrando dei lievi miglioramenti, attestandosi infine  intorno ai 9 punti percentuali. Il nostro Paese è terzo in Europa dopo Grecia e Spagna, le uniche due nazioni che registrano un tasso peggiore, riguardo la disoccupazione giovanile siamo circa al 30%, il secondo peggiore dopo la Spagna, l’unica economia europea che fa peggio di noi.

Lo strumento che il precedente governo aveva individuato per affrontare la crisi occupazionale derivante dalla pandemia è il cosiddetto blocco dei licenziamenti. Considerando l’attuale situazione, la recrudescenza dell’epidemia, con l’aumento dei contagi dovuto dal diffondersi nel nostro paese delle varianti del Corona virus, e la sostanziale assenza di altri strumenti previsti dal precedente governo, è assai probabile che la misura venga prolungata sino alla fine  giugno.

Lo strumento ha in effetti consentito di evitare che molti lavoratori dipendenti venissero espulsi dal mondo del lavoro, ma perché questo non ha comportato un minore incremento del tasso di disoccupazione rispetto alla Francia o alla Germania, economie manifatturiere come la nostra, che non hanno adottato un provvedimento simile? La risposta è, purtroppo, semplice, la maggioranza giallorossa ed i sindacati hanno, forse inconsapevolmente, scaricato il costo sociale della crisi sulle categorie di lavoratori meno protette. Tutti coloro che non sono tutelati dal blocco dei licenziamenti, stagionali, lavoratori a tempo determinato, precari, autonomi si sono progressivamente trovati senza occupazione. Queste categorie di lavoratori sono. Prevalentemente, caratterizzate dalla presenza di giovani e donne. Insomma siamo alle solite, il welfare in Italia funziona, ma continua ad essere ancora oggi a misura di lavoratore dipendente, maschio e di età adulta. Chissà se qualche politica, giornalista od opinionista troverà il tempo di svolgere qualche riflessione su questo tema, mi rendo conto che la condizioni del mercato del lavoro in crisi, particolarmente sfavorevoli per le donne, non siano appassionanti come il dibattito su come preferisca declinare la propria professione il direttore Beatrice Venzi, ma auspico che qualcuno in Italia prima o poi si ponga anche questo problema.

È certo che non si può in ogni caso proseguire su questa strada, il Presidente Draghi ha manifestato l’intenzione di introdurre un blocco selettivo, individuare i settori più colpiti dalla pandemia e rinnovare il provvedimento solo per quelli, superandolo per gli altri. Una scelta di buon senso ed inevitabile. La proroga fino a giugno deve consentire di organizzare l’erogazione degli ammortizzatori sociali, e l’attuazione di politiche attive del lavoro volte alla ricollocazione professionale. Il procrastinare indiscriminato del blocco dei licenziamenti ha un esito inevitabile, che si arrivi al licenziamento di massa di decine di migliaia di lavoratori, rendendo ancora più oneroso per la collettività il ricorso agli ammortizzatori sociali ed estremante più complesso il processo di ricollocazione professionale di queste persone, l’obiettivo prioritario che devono darsi le politiche di concertazione.

Fra tutte le complicate eredità lasciate dall’avvocato del popolo: inconsistenza del piano vaccinale, disordine nell’organizzazione dei rapporti Stato-Regioni, Protezione Civile da riorganizzare, quella della gestione della crisi occupazionale ed il non funzionamento dei provvedimenti di ristoro per imprese e lavoro autonomo è una delle più complesse da gestire, può innescare una vera e propria bomba sociale. Il nuovo governo ha cominciato bene, ora deve però mettere in atto quanto il Presidente Draghi ha dichiarato nei discorsi di insediamento alle Camere.