Le merende infami e i peccati del sistema giudiziario italiano

L’Italia è un paese strano, che si muove come un funambolo tra due tendenze, quella al massacro, tragica e sanguinaria, e quella grottesca, tra farsa e commedia dell’arte. Attraverso vicende non credibili che mostrano il volto bifronte di un paese tra striscia la notizia e la striscia di Gaza. Una tendenza che con l’avvento dei media di massa ha messo sempre più in luce la componente inquisitoria e teatrale della società italiana, e soprattutto del suo sistema giudiziario. Una giustizia che da Cesare Beccaria in poi ha cambiato le sue forme, ma che mantiene intatta, in alcuni casi, l’eredità del Santo Uffizio. Processi farsa, più catartici che fondati su fatti, esemplari meccanismi di ‘purificazione’ delle paure dell’opinione pubblica. In cui la giustizia, come in cadaveri eccellenti di Sciascia, è infallibile e “l’errore giudiziario non esiste” poiché “il processo non punisce il singolo ma la società”. Un esempio di questo modo di fare è il caso del Mostro di Firenze. Caso che viene ripercorso, analizzato, studiato e comparato, alla luce dei peccati della giustizia italiana, dall’avvocato Nino Filastò nel suo libro Storia delle merende infami (Maschietto editore).

Filastò, giallista e avvocato, ha seguito in prima persona le vicende del processo ai compagni di merende, avendo la possibilità di consultare ed analizzare il materiale processuale. Diventando un osservatore privilegiato ed attento dei crimini del mostro, crimini che nonostante oltre 50 anni di indagine non hanno un colpevole. Nel libro, la vicenda viene ripercorsa e studiata, mostrando i cambiamenti sociali, i climi che scuotevano l’Italia in quel periodo. Dai cambiamenti della società a quelli relativi al sistema giudiziario. Analizzando e smontando le piste più gettonate alla luce dei fatti processuali. Smontando le arringhe di cartapesta e le ipotesi più fantasiose (“cospirazioniste”), presentando una teoria alternativa, arricchita da considerazioni crimini logiche, da spiegazioni fattuali, dipingendo un Mostro diverso da quello supposto dagli inquirenti. Attraverso una scrittura che immerge il lettore in uno dei grandi misteri italiani, che più che al complotto massonico, da le sembianze di una storia a metà tra il più volte menzionato Maniac e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Oltre all’analisi di questo lust-murder petriano, Storia delle merende infami riesce a puntare l’attenzione sui peccati del nostro sistema inquisitorio.

“Il sistema giudiziario italiano è un malato grave”, dice nella prefazione alla nuova edizione della Maschietto editore, che peggiora sempre, senza mai toccare il fondo. Adattandosi, complicandosi, ad ogni riforma, che portano accavallamenti e problematiche, rispondendo, sempre e solamente, ad una domanda di sicurezza e paura. Ignorando una “domanda di civiltà, di umanità” che ogni volta viene disattesa. Scegliendo la punizione e il giustizialismo, alla riabilitazione e il garantismo. Continuando a mentere l’Italia come culla del diritto solo come espressione retorica, preferendo rimanere la patria “dell’errore e del mistero giudiziario”. In cui di fronte all’esigenza del capro espiatorio, della punizione catartica, la magistratura opta per misure da teatrocrazia platoniana. “La giustizia” che si fa “gran luna park del dolore”, che rovina e porta all’esasperazione dei tanti “mostri supposti”. Personaggi rovinati, dalla stampa, dalle istruttorie strampalate, dalla mania che logora la folla. In un sistema che è mosso da due grandi ideologie, irrazionali, l’ostruzionismo giudiziario e il nichilismo mediatico. Da un lato la pretesa di creare la legge, inseguendo chimere,e dall’altro la speculazione mediatica. Ideologie che si innestarono anche in casi passati e lontani dal contesto italiano, come con Dreyfus o Richard Jewell. Nelle merende infami, Filastò, riesce a mostrare una un’Italia che dalla colonna omonima manzoniana non è cambiata per nulla, vittima di quello spirito farsesco e inquisitorio, giustizialista e plateale che non riesce a trovare il colpevole, ma trova colpevoli di altri crimini, mostri senza dubbio o poveri disgraziati, che elegge sacrificalmente sull’altare dell’opinione pubblica. Ma la giustizia è altra cosa. Leggendo il libro si potrà non condividere la tesi dell’avvocato, ma non si potranno ignorare i moniti e i limiti della nostra giustizia, maggiormente bisognosa di rimedi in senso garantista