Meloni, de Gaulle e quella (in)certa idea d’Europa

Ho ascoltato con interesse e anche curiosità un intervento di ieri dell’on. Giorgia Meloni, che è presidente di Fratelli d’Italia che aderisce al Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei di cui la stessa è presidente dal 29 settembre scorso.
Riporto le sue parole: «Fratelli d’Italia e i conservatori europei credono nell’Europa delle patrie di De Gaulle, quella dei padri fondatori: un’Europa confederale, che non prevede cessioni di sovranità ma consente agli Stati nazionali di mantenere quella sovranità e di cooperare su alcuni grandi materie».
Ci sono alcuni passaggi che meritano di approfondimento, vediamoli brevemente.
La Meloni dice di credere nell’Europa delle Patrie di de Gaulle.
Il generale mirava non a distruggere l’allora neonata CEE, ma di rimetterlo nel progetto politico (citato) dell’Europa delle patrie; diceva, «Non ci può essere altra Europa che quella degli Stati, tutto il resto è mito, discorsi, sovrastrutture». Era evidente l’avversione all’Europa federale, un’Europa invece basata sul mercato comune, con massima attenzione agli interessi francesi. Il tutto si materializzava nella visione di Europa confederale, che sarebbe stata tale solo attraverso “contatti permanenti fra i governi nazionali”, dove la Francia avrebbe dovuto esercitare il diritto di decisore principale. il progetto di de Gaulle si basava su strumenti intergovernativi estremizzati al cui centro era un Segretariato politico permanente (giugno 1959). È chiaro come – oggi – il richiamo a de Gaulle giunge, all’occhio dell’osservatore, “vecchio”, legato alle contrapposizioni nazionali, in un momento in cui, invece, le strutture federali (la BCE) esistono e un bilancio europeo di fatto sta nascendo (le nuove risorse proprie e i titoli che verranno emessi dalla Commissione per il Next generation EU) e quelle che verrano, una tassazione europea reale e una capacità quindi fiscale dell’UE, che faranno diventare il salto politico e verso un’Europa federale. In quella di de Gaulle, concretizzata poi in una Commissione ad hoc per l’elaborazione di un piano (con a capo Christian Fouchet) la cooperazione fra stati sovrani avrebbe – appunto – avuto una governance schiacciata al volere degli stati nazionali (un Consiglio dei ministri degli esteri, che avrebbe deciso all’unanimità, un’Assemblea parlamentare che avrebbe potuto fare solo ‘raccomandazioni’ e una Commissione esecutiva a supporto del Consiglio).
Altro punto è il richiamo che l’on. Meloni fa allo stesso tempo in quell’Europa che desidera, quella dei Padri fondatori (e ci sono tante Madri anche, ndr). Quell’Europa dei Fondatori potremmo racchiuderla nella persona che ne ha incarnato il discorso principale, ispirato da Jean Monnet, dall’azione dei federalisti europei, come Spinelli, cioé Robert Schuman, e credo che l’on. Meloni non possa negarne la figura preminente di Padre. Schuman il 9 maggio 1950 a Parigi, allora Ministro degli esteri francese, pronunciò il famoso discorso che l’anno seguente condurrà al Trattato della CECA. Fulcro di quel passaggio è in queste parole: «Non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale […] gli Stati europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la necessaria prosperità e lo sviluppo sociale. Le nazioni europee dovranno riunirsi in una federazione». Quel discorso avviò il cammino ‘progressivo’ che ha portato oggi ad avere l’Unione europea e le ha donato la visione e una struttura pre federale complessiva, con un Parlamento europeo quasi legislatore, una Commissione che richiede la ‘fiducia’ dello stesso Parlamento. Citare contestualmente de Gaulle è invece sintomatico di una diversa prospettiva sicuramente non più storicamente valida, perché mai adottata, e soprattutto ‘regressiva’ oggi.
Viene spontanea la riflessione: o l’on. Meloni non ‘ricorda’ Robert Schuman o ritiene de Gaulle ‘il’ solo Padre dell’Europa…