Kipling, poeta del punto di rottura

Pochi autori hanno saputo fondere simbologia massonica e poesia come Rudyard Kipling. Kipling fu infatti poeta e massone. Nella sua opera l’etica e la simbologia della libera muratoria si fondono e incontrano con il canto del grande poeta britannico, in poesie immense e ricche di echi e significati, raccolti dall’editore Tipheret in Poesie massoniche, a cura di Davide Riboli. L’opera raccoglie i testi del corpus poetico dell’autore in cui la presenza dei temi e delle idee massoniche sono più marcate. Kipling si sentì, infatti, per tutta la vita un massone, nonostante la brevità della sua esperienza effettiva (meno di dieci anni).

Una esperienza totalizzante che trasporta riferimenti etici e riti nei versi più raffinati del poeta. In una raccolta che può, però, essere apprezzata aldilà dell’appartenenza massonica. Ospitando testi come “if”, forse la più bella poesia anglofona di tutti i tempi. Tradotta da Gramsci e amata da Montanelli, che in essa vedevano un breviario laico (come recita il sottotitolo della traduzione del filosofo comunista) in cui si riscoprono i valori etici e filosofici che vengono trasmessi da una educazione libera e stoica. Un monumento poetico in cui l’autore mostra come “camminare col trionfo e il disastro ed a trattare allo stesso modo questi due impostori”. In una “lettera al figlio”(come recita l’epigrafe originale) commovente quanto istruttiva. Oltre ad If, la raccolta include altre poesie ricche di rimandi alle attività dei ‘freemasons’. Prima fra tutte la celeberrima La loggia madre. In cui vengono celebrati i valori di uguaglianza e fratellanza tipici dell’esperienza iniziatica. In cui i personaggi di ogni rango ed estrazione si incontrano tra la ‘squadra’ e la ‘livella’, nel segno della tolleranza e del rispetto reciproco. Mostrando con incanto e nostalgia quel mondo in cui “fuori sergente! Saluto! Salom! Dentro Fratello!”. Insegnando in poesie come “Città,Troni e Potenze” la precarietà dell’esistenza umana e la piccolezza dell’uomo nel farsi artefice, titano, nell’illudersi di essere eterno, assoluto, indissolubile. Di guardare la vita col metro della propria supponenza, cedendo a quel sortilegio che anche in punto di morte, nonostante l’evidenza della fine , “a sepoltura certa/ ombra ad ombra, ancora convinti, diciamo :’vedi come dura l’opera nostra’”. Menzogna e sortilegio che emergono maggiormente in Palazzo, in cui nel segreto della reggia in rovina, il poeta mostra come tutte le cose sono vane e come sia necessario guardare oltre il proprio tempo. Oltre i simulacri ideologici ed illusori. Ammettendo che anche il palazzo, l’impero, la corona non sono altro che una delle forme delle cose, e che tutto ciò che è forma è vano e transitorio.

Testi che liberano Kipling dalle calunnie dei posteri e dei contemporanei, offuscati da un certo puritanesimo intellettuale. Mostrando, come già fece Eliot, analizzando la poetica del britannico, un mondo complesso e turbato, inquieto e malinconico, ricco di umanità e stoica dignità. Elementi che emergono nel testo finale della raccolta Inno al punto di rottura in cui il poeta mostra le fragilità dell’animo umano, conteso tra il fallimento e la coscienza di essa, di vivere sopportando pesi e carichi per cui è in adatto, rasentando sempre il punto di rottura. La fine, la distruzione. Ed in questa ambiguità con la catastrofe, con il fallimento, l’uomo riscopre la sua dignità. Sopportando le avversità della vita, affrontandole, trovando la forza di rimettersi “in piedi e costruire ancora”. Una poesia quella di Kipling che non è solo quella del fardello dell’uomo bianco (opera, come ha spiegato il Professor Rocchi, fraintesa e incompresa), ma è quella della tolleranza, del limite, della dignità tragica dell’uomo. Che certamente non può essere soggetta a censura.