Federico Comandini, dalla Giovane Italia alla Repubblica Romana

18 febbraio 1815, Cesena, nasce Federico Comandini. Figlio di un giacobino, partecipa ai moti carbonari del 1830-31 e, l’anno successivo allo sconto contro le truppe inviate a Cesena dal governo pontificio per reprimere la rivolta. Iscritto alla Giovane Italia, trasferitosi per ragioni lavorative a Faenza, entra in contatto con i gruppi mazziniani partecipando all’organizzazione dei falliti moti di Rimini del 1845. Dopo un periodo di latitanza viene allontanato dalle autorità pontificie da Faenza e ritorna a Cesena dove riprende il mestiere di orafo. Volontario in Lombardia durante la Prima Guerra d’indipendenza, partecipa alla Repubblica Romana. Dopo la restaurazione pontificia torna all’attività cospirativa all’interno della sezione faentina dell’Associazione Nazionale Italiana venendo coinvolto nel moto mazziniano del 1853. Arrestato ed incarcerato a Bologna, viene sottoposto a tortura allo scopo di estorcergli informazioni per cui tenta il suicidio infliggendosi alcuni colpi con dei cocci di bottiglia per non rivelare nulla ai suoi aguzzini. Condannato alla pena di morte da un tribunale austriaco nel 1855, la sentenza è poi commutata nella reclusione che sconta nel Forte Sangallo di Civita Castellana e nella fortezza di Paliano. Dopo un fallito tentativo d’evasione nel 1857, viene prima condannato alla pena capitale poi all’ergastolo. Graziato dopo dieci anni, dopo un breve soggiorno a Fabriano, rientra a Cesena dove fonda un banca cooperativa e continua l’attività politica tra i repubblicani locali. Arrestato durante un incontro tenuto da esponenti della sinistra a Villa Ruffi presso Rimini nel 1874, viene ristretto in prigione con l’accusa di cospirazione anti-monarchica. Scarcerato per mancanza di indizi, ritorna a Cesena dove cerca inutilmente di fare da mediatore tra i repubblicani ed i socialisti. Muore a Cesena il 16 maggio 1893.