Prima i fatti, poi le parole

Prima i fatti poi le parole, una frase semplice, delinea un atteggiamento, un modo di porsi, che segna una rivoluzione copernicana nella politica italiana. Eravamo oramai entrati nella consuetudine dello storytelling, della narrazione, l’essenziale è raccontare, comunicare con efficacia, essere social, catturare il consenso con messaggi elementari, poiché a ciò seguissero effettivamente delle azioni concrete era secondario.

Il governo Draghi ha appena giurato e già segna un radicale cambio di approccio, si discute in CdM, si ragiona sulle priorità, si mettono a punto i provvedimenti e poi li si comunica ai cittadini.

Un ottimo esordio, quanto meno nel costume, certo questo governo è chiamato a svolgere un compito assai arduo. Dovrà porre rimedio alle molte gravi lacune dell’Esecutivo giallorosso e nel farlo si troverà anche a doversi confrontare con il carico di aspettative quasi messianiche alimentate dalla stampa italiana, sempre incline a semplificare i messaggi e ad osannare il potere qualunque esso sia.

Il salto di qualità è evidente, i ministeri chiave sono tutti stati affidati a tecnici di altissimo profilo, di consolidata preparazione nella materia che dovranno gestire. 

La scelta del presidente Draghi è stata oculata, ha perseguito un equilibrio fra competenze e rappresentanza politica, ricercando, sapientemente, un consenso ampio che consenta all’esecutivo di tenere la barra dritta, anche qualora si trovasse a navigare in acque tempestose.

Il governo dovrà essere giudicato in base ai provvedimenti che assumerà e, soprattutto, in funzione di come li attuerà. La compagine ha sicuramente un orientamento, in prevalenza, liberale e conservatore e questo non certo perché la delegazione di Forza Italia equivale numericamente a quella della Lega, quanto per l’orientamento culturale di alcune figure chiave come la Presidente emerita Marta Cartabia o il manager Vittorio Colao. 

Sul piano politico l’effetto più rilevante è la metamorfosi della Lega che da partito sovranista populista di destra, con imbarazzanti simpatie lepeniste, sembra aver colto l’occasione per riposizionarsi su posizioni “Tory”, aderendo entusiasticamente alla designazione di Mario Draghi e votando a favore del regolamento Next Generation.

L’operazione di Salvini, più probabilmente di Giorgetti, va interpretata su due piani di lettura. Sul piano tattico è stata un’operazione che ha messo in un angolo, creandogli non poche difficoltà, il Partito Democratico ed il M5S. Quest’ultimo è rimasto stordito da tutta la vicenda della crisi e messo in subbuglio dalla necessità di accettare l’esecutivo Draghi. Il povero Grillo si è visto costretto ad aggrapparsi al feticcio del ministero della Transizione Ecologica, che in verità era stato chiesto da Rossella Muroni, deputata di LeU di orientamento ambientalista, a cui si erano unite tutte le più importanti associazioni ecologiste del Paese. Il ministero della Transizione Ecologica in effetti c’è, ma fortunatamente non è stato affidato ad un grillino bensì a Roberto Cingolani, accademico e consulente di Leonardo S.p.A. Sul piano strategico è una tappa fondamentale del cammino intrapreso dalla Lega verso il PPE. La CDU guarda con grande attenzione a questa ipotesi. Non illudiamoci nel PPE c’è pure l’estrema destra magiara del Fidesz, ma è assai probabile che i cristianodemocratici tedeschi vogliano una normalizzazione del Caroccio e quindi si farebbero promotori del suo ingresso fra i popolari solo nel quadro di autentico riposizionamento. D’altra parte Salvini sa bene che con il nuovo inquilino della Casa Bianca gli assetti geopolitici sono cambiati ed è bene, se vuole essere un interlocutore “presentabile” sul piano internazionale, che la faccia finita di andare a Mosca a dire quanto si stia meglio lì che a Bruxelles.

Quanto tutto questo sia realtà e quanto invece la solita strumentalizzazione leghista per ora è difficile valutarlo, lo vedremo alla prova dei fatti. Riamane il punto che se il primo partito italiano cessa di essere il faro di razzisti e xenofobi ed accetta le regole europee, compreso il Trattato di Dublino, questo non può che essere un bene per la nostra democrazia.

Il nuovo governo di unità nazionale è chiamato a rispondere con urgenza a tre priorità: la campagna vaccinale il recovery plan e le politiche del lavoro.

Riguardo i vaccini il precedente esecutivo non ha fatto male, se paragonato con i partner europei, siamo in grave ritardo invece rispetto al quadro internazionale. L’Esecutivo è chiamato subito a compiere una scelta politica netta, acquistare una licenza che consenta la produzione di un siero nel territorio italiano, e qualora fosse questa la soluzione adottata a quale pharma si rivolgerà? Certo il criterio di scelta è prevalentemente tecnico, ma non solo. Riterrà, invece, di richiedere alla Commissione di aumentare immediatamente gli acquisti, oppure si indirizzerà alla Russia o alla Cina, sempre che EMA ed AIFA approvino l’utilizzo di questi due vaccini naturalmente. Temi complessi e priorità con forti implicazioni di carattere politico, ma anche e soprattutto economico, chi resta indietro nella corsa ai vaccini resterà indietro nella ripresa economica con ovvi vantaggi dei competitori internazionali.

È giunto il momento di fare sul serio sulla predisposizione del recovery plan, dopo le bozze imbarazzanti presentate dal Conte bis è indispensabile che si predisponga un piano credibile ed efficace. La scelta del Presidente di affidare i due temi chiavi di Next Generation, innovazione e transizione ecologica, a Vittorio Colao e a Roberto Cingolani è una garanzia per il Paese, ed una rassicurazione sul piano internazionale. Grazie all’esperienza ed alle specifiche conoscenze sulle questioni dei due ministri si riuscirà certo a produrre un progetto adeguato ed a cogliere l’occasione storica per iniziare a modificare l’assetto produttivo e l’apparato pubblico italiano. È di vitale importanza la capacità di implementazione che queste figure possono garantire. La mole di finanziamenti in gioco è impressionante, 209 miliardi fra prestiti e contributi in otto anni, però si consideri che lo scostamento di bilancio in Italia fra i provvedimenti del 2020 e la legge di bilancio 2021 ha superato ampiamente i 100 miliardi di euro, senza che ciò producesse significativi effetti sulla tenuta economica. Avere le risorse è vitale, saperle spendere lo è di più, ecco perché, nonostante la sua manifesta antipatia, tutti noi cittadini italiani dobbiamo esprimere la nostra gratitudine a Matteo Renzi per aver creato le condizioni grazie a cui si è potuto insediare il nuovo Esecutivo.

Il 31 marzo è vicino, occorre assumere una decisione sul blocco dei licenziamenti, il precedente governo non ha fatto altro che rinviare il problema, senza neanche tentare di trovare una soluzione strutturale. Sembrerebbe che il nuovo Esecutivo sia orientato a differenziare le politiche del lavoro e di sostegno alle imprese in base ai settori, non tutti i comparti economici sono stati colpiti allo stesso modo. Il Presidente Draghi ha dato un segnale di grande rilievo incontrando le parti sociali subito dopo le forze politiche durante le consultazioni. Il dialogo sociale sarà elemento centrale delle politiche del nuovo governo e non strumento di propaganda fine a se stesso come per l’avvocato del popolo.

Rifuggiamo da ogni tentazione agiografica, come ogni governo anche questo andrà giudicato per la sua capacità di amministrare la cosa pubblica e per i provvedimenti che assumerà, ma certo se ci voltiamo indietro non si può che tirare un sospiro di sollievo pensando allo scampato pericolo.