E il governo Draghi alla fine firmò…

Nel classico pensiero trasversale, qualcuno potrà pensare, il giuramento del nuovo governo presieduto dall’ex presidente della BCE si ritrova ad affrontare – e speriamo definitivamente – il percorso che dovrà portare all’approvazione del Regolamento sul Next generation EU e in particolare del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza. Alcuni osservatori hanno rilevato la predominanza del “potere” politico sul Governo nascente, che ne potrebbe condizionare la vita, stante le divergenze, almeno in partenza, rispetto alla visione (per chi ce l’ha) di questa Italia, più o meno “europeista”. Il perno del Governo sarà proprio – invece – su quei dicasteri fondamentali per la definizione del PNRR utile da presentare alla Commissione europea per attivare, in particolare, i grants del Dispositivo, dopo un fondamentale passaggio alle Camere. Due sono i ministri che avranno il peso specifico maggiore sul Recovery Plan italiano che Draghi ha indicato per due tecnici di “alto profilo” (come chiedeva il presidente della Repubblica Mattarella): uno sarà impegnato alla transizione ecologica, il fisico Roberto Cingolani, l’altro alla transizione digitale, il “supermanager” (già collaboratore del Conte-bis con una task force specifica) Vittorio Colao. Altri due sono i ministeri però che conteranno in questo cammino del nuovo Governo.
Uno è all’Economia, Daniele Franco, che coi conti pubblici ha un feeling professionale, è l’attuale direttore generale di Bankitalia, già Ragioniere Generale dello Stato, un curriculum che garantisce” competenza e rigore professionale, e conoscenza capillare dei meandri e dei meccanismi del bilancio pubblico e di una pubblica amministrazione da semplificare” (ANSA). Costituisce la base della svolta culturale dei “tecnici” e – alcuni dicono – la rivincita delle Istituzioni (a partire dalla Banca d’Italia), uno degli esponenti della c.d. “riserva della Repubblica”. L’altro ministero che costituirà il “faro” (in ottica Next generation EU) è quello dei Trasporti e Infratrutture, e sarà Enrico Giovannini a guidarlo; un uomo dalla lunga carriera internazionale (all’Ocse), la presidenza dell’Istat, il ministero del Lavoro, e da anni si occupa di sviluppo, uguaglianza e sostenibilità con l’ASviS, l’Alleanza dello Sviluppo sostenibile. A Giovannini, quindi, capiterà, almeno dall’ultima distribuzione del programma del PNRR disponibile, la gestione di quasi 32 miliardi di euro dedicati alle infrastrutture, nonché gli oltre 18 miliardi dedicati alla mobilità green.

Quali le perpelssità? Almeno tre. L’assenza di quello che doveva completare la iniziale triade della governance del PNRR, ministero dello sviluppo, ministero dell’economia e ministero delle politiche europee, almeno nelle intenzioni del precedente Governo Conte; oggi nella squadra, manca un Ministro specifico che avrà quel ruolo riconosciuto a livello europeo e presente in tutti (o quasi) i governi europei per le politiche di raccordo con l’UE. Inoltre, qualche dubbio sullo sbilanciamento a favore di una ripartizione “politica” prevalente nell’attribuzione dei dicasteri, senza alcuna possibilità di “giurare” sull’equilibrio e sulla dialettica conforme tra le parti (con, evidentemente, la Lega pronta a “pendolare” su posizioni sovraniste). Il terzo è legato alla presenza delle donne nel Governo, davvero poche (8 su 23), soprattutto nella compagine in quota PD (cioè zero…).