Il sud del sud

Il nostro è uno Stato bellissimo e abbiamo anche una Costituzione bellissima. Proprio la nostra legge fondamentale prevede nell’art. 114 che la nostra Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Le Regioni sono tutte componenti di un unico Stato unitario. Da nessuna parte si parla di regioni di serie A e regioni di serie B. Tutte fanno l’Italia. Almeno a parole. Perché quando passiamo dal Nord al Sud, in questa visione unitaria, qualcosa si inceppa. E man mano che dal settentrione raggiungiamo i territori meridionali comprendiamo di essere alla fine del nostro paese quando arriviamo all’ultima regione italiana, quella oltre la quale non c’è altro che il mare, la Calabria. L’informazione che ci arriva da questo pezzo di Italia è così tanto spesso negativa che quasi non ci produce preoccupazione, anzi, il parossismo delle situazioni deleterie suscita anche sorrisini, ilarità oppure, addirittura, lapidari giudizi su una terra ormai “irrecuperabile”.

Ma è davvero così? Cos’ha questa regione da non riuscire a tirarsi fuori da una condizione di marginalità assoluta? E come si fa a non capire che se una delle 20 parti del paese va giù come un peso inutile, si tira inevitabilmente dietro tutto il resto?

Per riuscire ad invertire la rotta e trasformare la Calabria bisogna vederla, capirla, perché molti di coloro che dovrebbero occuparsene, si riempiono la bocca parlando di Sud senza conoscerlo. Allora proviamo a fare un ipotetico viaggio verso questa regione e andiamoci in treno. Prendiamo quello ad alta velocità che collega in modo comodissimo le città. È velocissimo, fa pochissime fermate, fino a un certo punto però, perché superata la Campania, comincia a rallentare sempre di più. E le soste diventano tante perché, si sa, gli altri treni sono pochi, e allora in qualche modo nei vari comuni calabresi bisogna pure arrivarci. E insomma, velocità sì, ma non proprio alta. Non dimentichiamo un’altra cosa: che i treni ad “alta, ma non proprio alta” velocità che arrivano in Calabria, non sono quelli puliti tutti nuovi che arrivano a Milano. Ma hanno carrozze più vecchie, ci sono spesso malfunzionamenti, aria condizionata e acqua sembrano un po’ degli optional.

Proviamo a far finta di niente e osserviamo dal finestrino per capire dove stiamo arrivando. Così se abbiamo un comodo posto in direzione di marcia verso il sud, proviamo a guardare alla nostra destra. L’azzurro del mare che si abbraccia con l’azzurro del cielo è talmente brillante da sembrarci un potente schiaffo visivo, il riflesso del sole gioca tra le onde e si rincorre in un gioco di luci e di ombre sulle spiagge e sulle rocce che si tuffano nell’acqua. Il paesaggio è potente, bellissimo.

Ora guardiamo alla nostra sinistra, dove il territorio è espressione del passaggio umano. Tutto cambia. Edifici costruiti spesso senza una logica, strutture commerciali che un tempo dovevano contenere attività importanti abbandonate in totale decadenza, e tante case incomplete, mai finite, piloni che spuntano dai tetti con ferri arrugginiti. Fanno pensare al progetto delle famiglie di allargarsi, creando delle stanze in più per i figli che crescevano e che, invece, non sono più rimasti, ma sono andati via, perché là non c’era niente da fare.

Queste case parlano dei numeri della Calabria che sono fra gli ultimi in Europa per le cose buone, laureati che non trovano lavoro, diffusione di internet, disponibilità di asili, qualità dei servizi sanitari, produttività, pil, ma fra i primi per quelle cattive, economia sommersa, criminalità organizzata, comuni chiusi per mafia, abbandoni scolastici, disoccupazione.

Il viaggio forse ci può aiutare a capire perché questa terra sembri così disperatamente contradditoria. Potrebbe quindi essere interessante raggiungere il capoluogo di regione, che rappresenta il centro di un territorio, salvo scoprire che con un treno al capoluogo non ci si arriva proprio, che non esiste un comodo mezzo di trasporto pubblico che porti lì. Il politico di passaggio potrebbe obiettare che purtroppo il territorio è stretto e lungo, disagevole, è difficile realizzare le infrastrutture. Allora vengono in mente paesi come il Giappone, la Finlandia, i Paesi Bassi, gli Emirati arabi, le loro strade, i loro ponti meravigliosi. Perché qui le strade non si possono costruire? In effetti è difficile pensare che un territorio si sviluppi se non ci puoi nemmeno arrivare.

Così resta lì la Calabria, isolata nel suo malaffare, la sua burocrazia inefficiente, con una popolazione che tanto è rassegnata, sa che il cambiamento non avverrà e che a questo punto meglio accettare l’elemosina dell’assistenzialismo, alla faccia degli imprenditori bravissimi che in questo luogo sono davvero degli eroi.

Cosa fare allora? Per esempio un governo centrale come fa ad accettare che per dieci lunghi anni in una regione ci siano soltanto commissari straordinari per una sanità che assorbe 3,7 miliardi dei 7 miliardi complessivi dell’intero bilancio?

C’è un’unica, forse l’ultima, speranza: che l’ambizioso programma del Next Generation Eu venga usato con una consapevolezza diversa, per progetti che servano a eradicare gli atavici mali di questo Sud che dimenticando di se stesso è stato dimenticato. Perché se l’Italia deve esistere, dev’essere tutta intera. E forse ce lo dobbiamo ricordare che il suo nome viene proprio dai quei popoli mitici, che abitarono il Sud, tanto tempo fa.