Kipling e l’uomo che volle farsi Gran Maestro

Che Rudyard Kipling fosse uno dei più grandi scrittori britannici del primo novecento è cosa nota, anche se alcuni puritani sembrano ignorarlo. Che fosse un massone invece è opinione meno conosciuta, nonostante egli non ne facesse un segreto. Kipling infatti permea buona parte della sua produzione di simbolismi e rimandi al mondo della liberamuratoria. Simbolismi che possono essere trovati in maniera esplicita come in Alla mia loggia madre (più chiaro di così) o in modo più velato come ne Il libro della giungla. Per apprezzare Kipling ovviamente non è necessario essere degli iniziati, ma per poterlo capire non si può prescindere da questo aspetto del nobel britannico. Sarebbe come ignorare San Tommaso nell’opera di Dante in quanto non cattolici. Le opinioni di un autore, come sottolinea Alberto Arbasino, sono utili nella misura in cui sono necessarie alla lettura dell’opera. Se si tratta de L’uomo che volle farsi re allora è quanto più necessario non dimenticare l’aderenza di Kipling alla “Legge”. Poiché massoni sono i protagonisti, massone è il narratore, che poi è Kipling stesso. Ed iniziati sono gli abitanti del Kafiristan che i due picaru Daniel Dravot e Peachy Carnehan vogliono conquistare. Una storia che inizia con lo scambio di favori tra due ‘fratelli’, con toni ironici, e finisce in maniera tragica tra le gelide sabbie del Kafiristan. Per comprendere meglio i riferimenti e le idee che attraversano L’uomo che volle farsi re abbiamo intervistato il professor Marco Rocchi, che ha curato il commento massonico dell’opera per la casa editrice Tipheret (Gruppo Bonanno).

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