I numeri dei fondi Ue dimenticati

Siamo tutti in spasmodica attesa di questo miracoloso Recovery Plan che dovrebbe portare il nostro Paese ad una fantasmagorica rigenerazione. Ma leggendo la bozza del testo del “Piano nazionale di ripresa e resilienza – Next generation Italia” si fa davvero fatica a credere che sarà così. E giungendo al termine della lettura delle noiosissime 172 pagine circa in cui si susseguono tra le parole utilizzate 21 “intende”,102 “prevede”, 46 “sarà”, 11 “punta a”, 29 “mira a”, 30 “l’obiettivo di”, ecc. ecc., si arriva all’ultima riga senza capire bene concretamente quali sono gli atti specifici con i quali le ambiziose mete verranno raggiunte. 

Certo il malloppo è allettante: 210 miliardi di euro articolati in 6 missioni del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dei quali 144,2 miliardi sovvenzionano “nuovi progetti” e 65,7 miliardi sono destinati a “progetti in essere”. C’è davvero da augurarsi che non vengano sprecati e che servano a dare lavoro e modernizzazione al paese. 

Ma l’attesa e il tam tam mediatico sul Recovery plan ha distratto l’attenzione sull’importanza dei fondi che l’Unione europea stanzia periodicamente per tutti i paesi membri e che sono già immediatamente disponibili, in attuazione dei cosiddetti Quadri Finanziari Pluriennali e che invece l’Italia spende poco e male. L’anno della pandemia è stato l’ultimo del periodo finanziario iniziato nel 2014, sette anni in cui l’Unione europea ha distribuito fra i paesi ben 643 miliardi di euro in finanziamenti attraverso i vari programmi. Nell’anno in corso si è avviato il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale per il 2021-2027.

Secondo la Corte dei Conti europea, l’Italia, dopo la Polonia, è il paese ad aver ricevuto più risorse nel periodo 2014-2020: in totale 75 miliardi. Ben 33 miliardi (44,6%) sono stati destinati al Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr); 21 miliardi (27,8%) per il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale; 17 miliardi (23,1%) al Fondo sociale europeo; 2 miliardi (3,1%) al programma operativo per l’occupazione giovanile e quasi un miliardo (1,3%) per il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca.

Sono finanziamenti da utilizzare per progetti innovativi per il lavoro, l’inclusione sociale, la digitalizzazione, che invece l’Italia regolarmente spreca. Alla fine del 2019 l’Italia aveva speso circa il 35 per cento dei fondi (26 miliardi) e il 73% (54,6 miliardi) era stato soltanto allocato (contro una media europea dell’85%). All’ultimo posto della classifica c’è la Croazia, Francia e Germania sono a metà classifica, al primo posto c’è la Finlandia, col 73% di fondi utilizzati.

Proprio per contrastare gli effetti della pandemia, nel corso del 2020 la Commissione Europea ha consentito di riutilizzare i fondi rimanenti del bilancio 2014-2020 fra un programma e l’altro, e sono stati sbloccati circa 10,4 miliardi di euro. Così l’Italia è riuscita ad arrivare a spendere il 40% del totale finanziato negli ultimi 20 giorni del termine del periodo di bilancio. Nonostante il recupero è pur sempre soltanto il 40%. In un paese con tante difficoltà da superare come si fa a non intervenire su questa cronica incapacità di spendere i finanziamenti disponibili? Se non si spendono i fondi correnti perché affidarsi all’attesa del Recovery Plan? È una forte contraddizione. 

Le ragioni per le quali non si spendono i fondi in Italia sono vari: scarsa preparazione del personale amministrativo e burocratico e dei tecnici delle regioni in grado di seguire i bandi comunitari, ricambio continuo dei dirigenti e degli assessori che si occupano delle materie, formazione inadeguata alla tipologia di progetti da seguire sulla pianificazione del territorio, sul recupero urbanistico, sulla tutela ambientale e idrogeologica, ecc., scarsa pianificazione, strettoie burocratiche, scelta di piccoli progetti rivolti a marginali ritorni elettorali. Inoltre si sono aggiunte fra le difficoltà anche ulteriori clausole di controllo da parte delle istituzioni europee, quali la cosiddetta condizionalità ex ante, o la cosiddetta regola “n+3”, riferita agli anni di tempo per la realizzazione dei progetti. Ma allora prima che si attivino le risorse del Next Generation Eu, rimuovere gli ostacoli di un utilizzo efficiente nell’uso delle risorse dovrebbe rappresentare una priorità assoluta. 

Non abbiamo bisogno di task force, comitati scientifici e consigli di grandi esperti. Abbiamo bisogno soprattutto di diffondere conoscenza e competenza che siano distribuite in tutte le strutture amministrative territoriali in modo equo dal Nord al Sud del Paese. Questo sarebbe un modo adeguato per costruire un’Italia unitaria ma soprattutto che sia inserita in modo moderno nel contesto europeo.