Niccolò Rinaldi con la Sbarbati: «Uno sforzo per non prenderci in giro»

Non so con quanta trepidazione, o sorpresa, o noia, gli italiani seguano gli sviluppi della crisi. Ma so che io non avrei alcuna voglia di alzarmi domattina sapendo che a giugno torniamo a votare, o che all’ennesimo governo tecnico è dato il compito di salvare il paese. Leggo molte analisi condivisibili e da punti di vista anche opposti. Ma questa non è più la stagione delle analisi, dei distinguo, ma quella delle scelte, che si fanno sulla base del possibile. Per questo all’invito rivolto dal Partito Democratico agli “europeisti” e ai “liberali”, con Luciana Sbarbati e a nome dei repubblicani di centrosinistra, abbiano risposto con questa nostra dichiarazione.

APPELLO DEI REPUBBLICANI EUROPEI

Non sappiamo quello ci aspetta dagli sviluppi della crisi appena avviata. Sappiamo però che mai si era raggiunto un tale distacco tra una certa politica – col suo linguaggio pieno di piccoli proclami, l’egoismo dei pochi, le vere motivazioni spesso taciute di alcune scelte – e la vita del paese, la dura vita degli italiani. Una vita sconquassata da una pandemia che non fa sconti a nessuno, ma al cospetto della quale una certa politica, che speravamo quella sì davvero rottamata, continua a vivere nella sua bolla, ignara di cosa accada fuori dal proprio palazzo.
Pur favorevoli a MES, sappiamo bene che una crisi prolungata, elezioni anticipate o un governo indebolito, danneggiano l’Italia molto di più del mancato uso di un prestito europeo a condizioni vantaggiose. Da europeisti, riconosciamo a questo governo di aver saputo interagire in modo serio e autorevole con il resto d’Europa – credendoci, offrendo, domandando e ottenendo quanto altri non avevano né avrebbero saputo fare. Quanto al Presidente del Consiglio, sarà il “dopo-Conte” a darci la sua misura, in Europa come in Italia. È più che legittimo porre problemi e anche cambiare, in parlamento, governo e maggioranze. Ma aprendo una crisi al buio e andando avanti a forza di veti, nel pieno di scadenze e decisioni improrogabili, al cospetto della necessità per un paese di sessanta milioni di abitanti, si distrugge anche qualsiasi processo di discussione costruttiva.
Anche noi auspichiamo che l‘esecutivo cambi passo, migliorando il cruciale rapporto con il parlamento, affrontando la gestione dei fondi europei con maggiore velocità e semplicità e una progettualità con maggiori condivisione valutazione. Avremmo voluto, ad esempio, che l’Italia presentasse il suo piano all’Europa per tempo, in modo da disporre del previsto anticipo del 13% della sua quota. Si poteva e si doveva fare, ma così non è stato. Tuttavia siamo consapevoli delle difficoltà diffuse in Europa, con la Francia in grave ritardo sulle vaccinazioni, paesi come Olanda e Svezia obbligati a imboccare una linea più rigorista di quella che avevano scelto, la Germania con un picco di casi, la Gran Bretagna in una situazione che è parsa perfino fuori controllo. Difficoltà che rafforzano la nostra consapevolezza che solo lo sforzo comune permetterà ai nostri popoli di superare la crisi sanitaria e quella economica e che “essere europei” implica non soltanto trattare da pari a Bruxelles e discutere sulle migliore modalità di uso delle risorse comunitarie, ma anche assumere un comportamento di serietà e responsabilità, e non aprire crisi.
Per queste ragioni rispondiamo anche noi, laici ed europeisti, all’appello che è stato lanciato, in particolare dal segretario del Partito Democratico. La responsabilità non occorre trovarla solo nelle Camere, ma anche nella società. Cresciuti alla severa scuola della sinistra laica, sappiamo quanto debbano prevalere gli interessi collettivi. È per questo che in queste ore in cui la ricerca di una soluzione alla crisi sottrae tempo e risorse di ogni genere alla risposta alla pandemia, il nostro incoraggiamento va a coloro che con tenacia pongono problemi di contenuti, mantenendo un comportamento di responsabilità anche dinanzi all’Europa e costituendo un punto di equilibrio a oggi insostituibile per dotare l’Italia di un governo.
Essi potranno avere successo o forse no, ma ormai non è nemmeno questo il punto, perché, come ricordava Giovanni Spadolini, “Il successo non esiste, esiste il proprio compito. Esiste, con termine mazziniano un po’ più superbo, la propria missione. Per noi non esiste chi ha successo. C’è solo chi ha compiuto meglio opeggio il proprio dovere, chi ha portato a termine in un modo onell’altro il compito che gli è stato assegnato.” Questo, in fondo, è il nocciolo di tutto, e c’è chi lo ha capito e chi no.