Il nuovo stato industriale è più attuale che mai

Ogni stato ha la sua Cassandra, gli stati uniti hanno John Kenneth Galbraith. Economista che già nei primi anni 50 aveva prefigurato la ventura del modello diffuso di welfare state, la necessità di una visione sostenibile di economia e di una società in preda ad incontrollabili cambiamenti. Che vent’anni prima di Pasolini ha avvisato il mondo che le “lucciole” sono scomparse. Facendolo dal punto di vista dell’economista e del saggista, attento alle fluttuazioni e le operazioni tra stati, focalizzando la sua attenzione in quei cambiamenti aziendali ed economici che sono la cifra dei maggiori mutamenti sistemici. Una società opulenta come quella americana, infatti non poteva vivere in un contesto che non presupponesse i grandi cambiamenti tecnici e lo sviluppo di mercati globali. Che nel suo “Il nuovo stato industriale” mostra il passaggio, in ossequio alla teoria marxiana, del potere economico dai singoli operatori al capitale. Una esigenza dovuta al mutamento per cui l’economia dagli anni sessanta (il saggio è del 67) in poi non è più quella Del piccolo uomo. Sono necessari prerequisiti tecnici e culturali che non possono raggrupparsi in un unico elemento, o almeno ciò non sarebbe più possibile in larga scala:
“L’inevitabile controparte della specializzazione è l’ organizzazione . Questo è ciò che porta il lavoro degli specialisti a un risultato coerente. Se ci sono molti specialisti, questo coordinamento sarà un compito importante. Così complesso, infatti, sarà il compito di organizzare specialisti che ci saranno specialisti in organizzazione e organizzazioni di specialisti in organizzazione. Forse più che macchinari, organizzazioni aziendali massicce e complesse sono la manifestazione tangibile della tecnologia avanzata”.
Si passa quindi dalla figura del vetero-capitalista e del mito del selfmade man dei romanzi di Ayn Rand, ad una prospettiva di imprenditore diffuso, che si articola in diversificazione tecniche:
“Non esiste un nome per tutti coloro che partecipano al processo decisionale di gruppo o all’organizzazione che formano. Propongo di chiamare questa organizzazione la Technostruttura “.
È la tecnostruttura che sostituisce la dicotomia marxiana di struttura. Da un impianto di grandi corporate aziendali a guida paternalistica si passa a contesti dinamici in cui il risultato economico non è un profitto familiare o di associati, ma è il profitto che crea i suoi associati. Alla mano invisibile di Smith si sostituisce un contesto caotico che per usare formule letterarie diventa “l’estensione del dominio della lotta”.
Da qui l’esigenza del ruolo dello stato che non si fa il tiranno dirigista del mercantilismo ma il creatore di valore e l’armonizzatore del contrasto sociale dell’economia keynesiana. Al mondo caotico del nuovo stato industriale gabraith impone il rimedio di una pianificazione e di una strutturazione volta supplire l’imperfezioni del mercato. Nulla di dissimile dalle tesi della nota aggiuntiva La Malfa.
Procedendo nel new industrial state si arriva alla conclusione che: “IL GENIO del sistema industriale risiede nell’uso organizzato del capitale e della tecnologia. Ciò è reso possibile, come abbiamo debitamente visto, sostituendo ampiamente il mercato con la pianificazione”.
Da qui l’esigenza di uno stato regolatore che possa ordinare il caos di un libero contesto globale senza soppiantare la libera impresa. Che tuteli le piccole e medie imprese, ma non ostacoli le grandi corporate. Che sia arbitro garante e pianificatore, ma non intruso, burocrate. Uno stato che mantenga a rotta verso uno sviluppo sostenibile, ma che risolva i problemi del presente concreto, dicendo più che la meta il tragitto, più che le intezioni i risultati. Portando la strada della democrazia e delle conquiste sociali, non quella dell’inferno, lastricata da buone intenzioni.