Imprese e commercio alla prova del Covid-19. Come ripartire?

Qualche giorno fa (29 dicembre) il Sole 24 ore ha pubblicato interessanti interventi che si possono collegare tra loro per un quadro d’insieme decisamente “preoccupante”. Da una parte il crollo delle aziende vitali in Italia, dall’altra la depressione dei consumi, con un comune denominatore, la pandemia di Covid-19 e con una domanda epocale finale: come ripartire?
Il primo articolo, a firma di Luca Orlando, si sofferma sulla risposta di alcune aziende in quello che è stato definito, in modo ragionevole, “l’anno peggiore per l’Italia dal dopoguerra”. “Non sono proprio mosche bianche le aziende in grado di chiudere l’anno in crescita. Tredicimila, il 7% del campione analizzato dall’Istat, le realtà manifatturiere che tra giugno e ottobre hanno visto crescere i ricavi su base annua di almeno il 10%”. Il Sole 24 ore raggruppa in 2 settori queste realtà: da una parte quelle direttamente impegnate nelle nuove produzioni in risposta al Covid-19 o che hanno avuto un incentivo dal Governo, per esempio: mascherine e tamponi, reagenti e forniture per ospedali, ossigeno e prodotti igienizzanti, banchi scolastici, biciclette e monopattini, dall’altra le aziende che hanno beneficiano indirettamente (come risposta o cambiamento nello stile di vita). Soprattutto questa seconda categoria è stata influenzata dall’aumento esponenziale dello Smart working, della ridotta mobilità e, quindi, della maggiore presenza in casa: il commento si riferisce a comparti dell’information technology, fornitori di connettività, vendite online (ad esempio: imprese con soluzioni in grado di by-passare i vincoli alla mobilità, vedi stampa 3D, o di fornire liquidità in tempi rapidi alle Pmi, vedi piattaforme di sconto dinamico).
L’altro intervento di rilievo, a firma di Giovanna Mancini, è un “necrologio” di Confcommercio, che ha rilasciato le previsioni elaborate su dati Istat e Movimprese. Il Covid avrebbe cancellato quest’anno 240 mila realtà del comparto non alimentare con circa 200 mila lavoratori autonomi collegati alla filiera. A pesare il crollo dei consumi (-10,8% complessivo).Decisamente pesanti le perdite per settori come abbigliamento e calzature, ma soprattutto per le imprese dei servizi (agenzie di viaggio e tour operator, bar e ristoranti, trasporti e attività legate al tempo libero). Confcommercio stima la chiusura nel 2020 di oltre 390 mila realtà, a fronte di appena 85 mila nuove apertura.
Si calcolano, quindi, 2,4 milioni di imprese attive a inizio 2021, con una perdita di oltre 300 mila le aziende (240 mila causa pandemia); in totale l’11,3% in meno rispetto al gennaio 2020.
Proviamo a sintetizzare i dati essenziali sul tasso di mortalità.

Settore commercio 1,1% nel 2020 (6,6% nel 2019):ad. es. negozi di abbigliamento e calzature -17.600 attività nel 2020 (- 17,1%, di cui 11.200 a causa della pandemia).
Settore servizi 17,3% nel 2020 (5,7% nel 2019): ad es. agenzie di viaggio e tour operator – 3.900 attività nel 2020 (- 21,7%, 3.200 a causa della pandemia).


Qui valgono le conclusioni di Paolo Gualtieri dell’Università Cattolica Milano, rilasciate sempre sul Sole 24 ore il 29 dicembre scorso, riferite alla “questione meridionale” (dove il Pil pro capite segnala che tra il 2000 e il 2017 è arretrato notevolmente rispetto alla media Ue passando dal 69 al 59 per cento), ma “spendibili” anche per tutto il territorio nazionale. Nella fattispecie, Gualtieri rileva che ”il peggioramento è ascrivibile all’andamento sfavorevole della produttività, causato principalmente dalla inadeguata formazione del capitale umano, dalla bassa qualità della governance delle aziende e, naturalmente, da un contesto penalizzante per svolgere attività di impresa”. Senza dubbio, leggendo queste osservazioni, non è possibile non fare un discorso di visione, che riguarda l’intera Penisola: «Lo Stato dovrebbe investire molto nella formazione continua dei lavoratori e per far ciò dovrebbe avvalersi di quelle università italiane che hanno maggiore esperienza nella cosiddetta formazione permanente, cioè di coloro che sono in età adulta, le quali potrebbero sviluppare al Sud, anche in consorzio, dei progetti specifici. Infine, bisogna agire efficacemente sulle infrastrutture e sulla pubblica amministrazione: non sono compatibili con un progetto di sviluppo l’arretratezza dei trasporti ferroviari regionali, l’assenza dell’alta velocità e il ritardo tecnologico e organizzativo delle amministrazioni pubbliche del Sud, statali, regionali e comunali».