Ed uscimmo a veder Stellantis

Il nome evoca cieli stellati nelle limpide sere d’estate, ma più che di poesia si tratta nella nascita di un solido gruppo finanziario, economico e, soprattutto, industriale, il quarto produttore globale di auto. La costellazione di Stellantis è composta dai marchi del gruppo FCA e PSA, le rispettive assemblee degli azionisti hanno infatti deliberato la fusione e questa settimana, il 16 gennaio, si costituirà il nuovo soggetto. Si tratta della tappa finale di un percorso iniziato più di un anno fa che vede la definitiva integrazione del gruppo francese e di quello italo-americano, ormai molto americano e poco italiano.

Gli assetti del gruppo sono noti da tempo, il CEO sarà il manager di origine portoghese, ma di profilo internazionale, Carlos Tavares, la presidenza del gruppo andrà all’erede delle famiglia Agnelli, John Elkan.

Michael Manley, l’ex CEO di FCA, gestirà la divisione nord americana del gruppo. Si tratta di una fusione strategica, da tempo FCA sentiva la necessità di un’integrazione che consentisse di estendere la propria capacità di penetrazione sul mercato globale, in Cina è sostanzialmente assente, e di recuperare il gap tecnologico riguardo i motori ibridi su cui il gruppo PSA è ad uno stato di lavoro più avanzato.

La neonata realtà industriale ha un profilo globale, il cuore finanziario nei Paesi Bassi e una struttura produttiva diffusa su tre continenti, Europa, America ed Asia Minore. Gli azionisti di riferimento sono la Exor N.V., holding di diritto olandese della famiglia Agnelli, la Famiglia Peugeot e la banca di investimento pubblica Bpifrance, lo Stato francese.

Il gruppo si pone obiettivi ambiziosi, attualmente colloca sul mercato circa 8,7 milioni di vetture all’anno, il gruppo Volkswagen, il primo produttore al mondo, circa 11 milioni l’anno. Il mercato automotive è sempre più complesso, richiede strategie articolate per affrontare la sfida globale che sarà soprattutto tecnologica. Rispetto ai competitor tedeschi sia il gruppo italo-americano di FCA che i francesi di PSA devono recuperare il ritardo nello sviluppo del motore elettrico.  La scelta infatti di diminuire progressivamente le auto a motore endotermico appare ormai irreversibile, piaccia o no il futuro è questo. Non si tratta però dell’unico gap tecnologico, se infatti ormai l’auto elettrica è entrata nel nostro immaginario appare certo più remoto il giorno in cui le vetture si muoveranno da sole con l’autoguida, ad oggi alla maggior parte degli europei sembra fantascienza, negli Stati Uniti ed in Asia si sta già sperimentando. L’autoguida delle vetture apre degli scenari nuovi e difficili da prevedere, persino da immaginare, potrebbe far accedere al mercato dell’automotive i gradi player globali dell’ITC che stanno sviluppando l’intelligenza artificiale, cambiando radicalmente il sistema della mobilità. In attesa di vedere cosa ci riserva il futuro però le grandi aziende tedesche ed asiatiche stanno già sperimentando la guida automatica.

Nei prossimi mesi Carlos Tavares, universalmente riconosciuto come uno dei manager più capaci del settore, presenterà il piano industriale, vedremo dove andrà la strategia del nuovo gruppo, con gli occhi puntati anche verso le decisioni di Luca De Meo, il Presidente Direttore Generale, la formula è molto francese, del terzo gruppo globale dell’industria automobilistica, Renault-Nissan. Secondo alcuni rumors, che circolano fra gli industriali italiani, la visione del manager di origine milanese sarebbe rivolta più ad un consolidamento del posizionamento del ruolo di Renault in Europa che ad un ulteriore sviluppo della joint venture con Nissan. 

Il governo britannico non sta certo con le mani in mano, Boris Johnson, dopo aver annunciato di voler trasformare il Regno Unito nell’Arabia Saudita del vento, continua a puntare sulla green economy, per quanto riguarda il settore automotive infatti c’è un progetto di 2,6 miliardi di sterline per installare impianti di produzione di batterie e componentistica elettrica, si tratterà di Gigafactory, il modello di produzione innovativa avviato da Tesla. Una fabbrica di motori non inquinanti alimentata da impianti a fonti rinnovabili, economia verde ed economia circolare. Non ci sono dubbi siamo di fronte ad una nuova epoca, una nuova rivoluzione industriale.

E in Italia? In Italia, come le stelle, stiamo a guardare. Romano Prodi ha affidato a Il Messaggero una sua riflessione sulla necessità che lo Stato entri nella compagine, sul modello del governo francese, una riflessione saggia e condivisibile che però si scontra con la dura realtà. Un scelta di questo tipo presupporrebbe una visione di politica industriale e la capacità di elaborare una riflessione che non si limiti a cosa succederà domani. Dobbiamo dircelo se si tratta di colorare con i pastelli la mappa dell’Italia questo governo è insuperabile, zona gialla, arancione, rossa, ora pare arrivino delle novità, il bianco e l’arancione rafforzato. La bozza di recovery plan associa quasi sempre la parola innovazione alla Pubblica Amministrazione, che certo ne ha molto bisogno, ma ad oggi l’unica misura di politica dell’innovazione rivolta alle imprese è il patent box, che stupidi i britannici a pensare alle Gigafactory, vorrai mica paragonarlo alla tassazione agevolata per l’utilizzo di taluni beni immateriali? 

L’assenza di politiche industriali è una lacuna decennale del complesso della nostra classe dirigente, né si può immaginare di colmarla con il recovery plan, ma fra questo ed il totale vuoto programmatico e progettuale di questo imbarazzante esecutivo…

Nel nostro Paese ci sono tre stabilimenti FCA: Termoli, Mirafiori e Pomigliano d’Arco il cui rapporto fra costi e capacità produttive non è più compatibile con le nuove esigenze industriali. Se saremo fortunati Stellantis ne chiuderà solo uno, in caso contrario due. Anche qualora il nuovo piano industriale dovesse prevedere un rilancio del marchio FIAT, il più debole del gruppo, ciò avverrà attraverso integrazioni e sinergie, in questo caso ebbene precisare che la parola sinergie è un eufemismo per dire riduzione di costi, inevitabilmente anche del personale. Sicuramente avremo la propaganda incrociata del populismo di destra e di sinistra che ci spiegherà che è colpa del destino cinico e baro, della cattiveria degli industriali, della grande finanza, dei rettiliani ecc. 

La grande finanza specula in modo disinvolto con grave nocumento di interi popoli, specie dei settori più deboli della popolazione, ma qui non c’entra, se il nostro Paese si trova senza più  grande industria manifatturiera privata, pur essendo la seconda economia manifatturiera dell’area euro è perché da almeno trent’anni abbiamo una classe dirigente incompetente ed indifferente alle questioni fondamentali dell’economia e del lavoro, il solo vero costo della politica che non  avremmo dovuto permetterci di pagare.