Galbraith profeta dell’Affluent Society

Rivoluzionario e contestatore, accusato di luddismo e simpatie bolsceviche, quando semplicemente aveva colto in anticipo i limiti della società di mercato. Consigliere di Kennedy e Roosvelt, guru dei democratici e spin doctor di Johnson, è John Kenneth Galbraith, economista, sociologo e filosofo tra i più interessanti del primo novecento. Canadese, affascinato dalle teorie di John M. Keynes, in vita fu una delle voci libere più persuasive del panorama accademico angloamericano. Che vedeva irrimediabile quel passaggio da economia di mercato a società di mercato. Il passaggio da cittadinanza repubblicana a utenza omologata. Quel degenerazione verso quel “mare della fertilità”, edonista e amorale, rappresentato dal sogno perpetuo dell’american dream. Tema visto in maniera visionaria nel suo libro The affluent society, che nei primi anni 50 vedeva, in anticipo, i limiti etici e di continuità di un certo capitalismo americano che non voleva trovare accordo lcon quello che, più tardi, Ugo La Malfa chiamò “interesse generale”. Analizzando i rischi della sostenibilità della “società opulenta” che porta i cittadini nella condizioni di: “produciamo desideri per beni che non produciamo”.
Crescita economica che fa morire più “di troppo cibo che di troppo poco”, che è il grande motore delle disuguaglianze. L’America affluent di Galbraith è analizzata su diversi piani. Quello economico in cui propone come mezzo di risoluzione del problema sociale l’utilizzo di politiche keynesiane per favorire quella sacrosanta diffusione della proprietà che in precedenza Mazzini vedeva come mezzo di concordia sociale e prerequisito per lo sviluppo di una società democratica.  Mostrando i limiti di uno sviluppo incontrollato e le disparità salariali. Per cui i poveri vivono in una condizione: «La povertà», esclamò Pitt, «non è una disgrazia, ma è dannatamente fastidiosa” Negli Stati Uniti contemporanei non è fastidioso ma è una vergogna». Al lato tecnico specialistico si affianca quello sociologico. Anticipando le istanze dei contestatori degli anni 60, criticando quella inversione che avviene tra ricchezza e felicità al crescere dei redditi che prese poi il nome di paradosso di Easterlin. Profetico Galbraith che vide la necessità di mettere un margine, un limes etico, per poter creare una società che mischi sostenibilità ambientale e sviluppo sociale. Società che non può non nascere dalla proprietà privata e dalla sua diffusione. Difendendo il culto della libertà economica a cui però va affiancata l’istanza solidale e democratica, la tutela e l’armonizzazione delle imperfezioni del mercato che non può che spettare se non allo stato perché: «L’impresa privata non ci ha procurato l’energia atomica». Ma Galbraith non va considerato né un comunista né uno statalista. È un difensore della piccola e media impresa, dei ceti produttivi, che vede l’impossibilità e la ferocia dello stalinismo. Che non fa il sognatore negando i vantaggi pratici della ricchezza, ma che vi affianca i vantaggi sociali di vivere in una comunità di benessere. Che sa che è stupido credere alle teorie del Marx economista, per quanto riguarda il plusvalore o gli incubi rivoluzionari. Ma è altrettanto sconveniente sottovalutare le istanze di cambiamento e giustizia sociale, perché “gli eventi travolgono le idee”. Riscoprendo “la società opulenta” il lettore si imbatterà in un testo profetico ed attuale, sensibile ad una visione che riesce a valutare il contesto nel suo senso più profondo, come quindi relazione dell’uomo con se stesso e le forze esterne che lo accerchiano o come direbbe Ortega y Gasset scoprire “l’uomo moderno e le sue circostanze”.