Uscire dal disastro

Matteo Renzi si appresta a riprendere il discorso interrotto dalla pandemia a febbraio scorso. Eravamo sull’orlo della crisi di governo allora, lo siamo di nuovo oggi. Il Bomba sta giocando una delle tante partite in proprio. Nel suo solito modo, spregiudicato e spericolato, che accresce l’insofferenza nei suoi confronti, ma lo tiene a galla, dettando da otto anni lo spartito della nostra politica. Ma c’è davvero da preoccuparsi per una crisi di governo? Non dovremmo essere già abbastanza preoccupati dalla gestione della pandemia e del nostro futuro, attuata da questo esecutivo? Perché un bilancio andrebbe pur fatto, dell’operato del Conte bis. Siamo arrivati impreparati alle soglie della pandemia. Se la Germania ha saputo organizzarsi per tempo, l’Italia, malgrado il mese e più di tambureggiamento mediatico anticipato, s’è fatta cogliere di sorpresa. D’accordo, c’era la scusante che eravamo i primi. Ma poi è venuta a galla la terribile verità: non è stato adottato, né soprattutto applicato il piano pandemico. Un piano da rinnovarsi periodicamente, fermo al 2006, manomesso con un rappezzo “al 2016”, ma di fatto non distribuito, non applicato da nessuna parte. Vecchio o nuovo che fosse, quel piano avrebbe dato comunque quelle direttive di base, utili a predisporre per tempo approvvigionamenti di mascherine, ad adottare misure di igiene e di sicurezza nei luoghi pubblici e sanitari, a gestire meglio i rischi e via dicendo. Cioè avrebbe senz’altro limitato l’impressionante mattanza a cui siamo stati sottoposti in alcune zone del Paese, proprio perché sprovvisti dei basilari presidi e incapaci di gestire ogni situazione, costretti a imparare sul campo, a spese dei deceduti, cosa fare e non fare. Poi è venuto il lockdown. Pressocché totale e indifferenziato, per tre mesi. Un bagno di sangue economico per tutto il Paese, quando in Sicilia “un cenn’era coviddi” (ed era vero) e come la Sicilia due terzi del Paese viveva una situazione molto più normale e sostenibile rispetto al nord.Terrore, panico. Paura di morire indotta e diffusa, quando i dati ISS già segnalavano la fortissima concentrazione della letalità quasi esclusivamente sulle fasce anziane della popolazione. Anziani già malati. Dati che avrebbero dovuto indurre presto ad interventi di protezione mirati e non più generalizzati. Concentrati al massimo sforzo su chi rischiava davvero la vita, puntando a liberare il resto della popolazione (che era poi la forza lavoro) sia pure con mascherine e doverosi accorgimenti. A ottobre e novembre, con la seconda ondata, abbiamo sopportato la stessa ecatombe di marzo, però vivendo liberi, sostenendo una quotidianità quasi normale. Prima era la vita ad essere sacra, mentre l’economia poteva andare in malora. Cos’è successo poi, abbiamo cambiato idea? No. Abbiamo semplicemente capito, con grave ritardo, che non si prescinde dall’economia. Che anche quella è vita. E che la strada sostenibile non può essere altro che un ragionevole compromesso tra le due componenti essenziali: sanitaria e socio-economica. Mi permetto di riproporre questa critica non per il pessimo gusto di sentenziare con il senno di poi, ma perché sono stato tra i pochi (e qualcuno lo sa bene) che queste cose le diceva, controcorrente e a costo di accuse anche gravi, già a fine febbraio scorso. Nel frattempo, però, il governo ha dato il via al salasso dei “ristori”. Odiosa ma furbesca parola, che sa di paternalismo confortante e protettivo. Un modo per ammantare di calore lenitivo un debito pesantissimo a carico dei nostri figli. E così, accanto ad alcuni indennizzi ormai necessari (vista la stretta economica) e in qualche caso virtuosi, ecco spuntare il bonus biciclette, il bonus vacanze, l’assegno per i nonni che tengono a bada i nipotini, il bonus rubinetti e tanti altri sussidi distribuiti a pioggia, senza distinguere in modo opportuno tra redditi bassi e redditi medio-alti, tra professionisti e professionisti, tra la piccola e media impresa italiana e le multinazionali estere dalle spalle più che robuste. Sostegni, come la cassa integrazione in deroga e il reddito di cittadinanza, nei quali si sono consumati grandi e piccoli abusi. Questo gravame finanziario ha prodotto in un solo anno una crescita del debito pubblico pari a quella dell’ultimo quinquennio. Non sostenuta però dal PIL, che è crollato del 10%. Cioè abbiamo fatto molto debito aggiuntivo, senza poter produrre la ricchezza necessaria a sorreggerlo, perché tale ricchezza è calata drasticamente. Questo scenario ampiamente previsto avrebbe dovuto guidare la mano del governo con molta più parsimonia e oculatezza, evitando ogni sorta di regalia e di ricerca del consenso (a spese dei posteri) e limitandosi allo stretto necessario. Ma così non è stato. Piovono “ristori” di ogni genere ad ogni occasione. Non a caso Mario Draghi aveva parlato, qualche mese fa, di “debito buono e debito cattivo”. E a proposito di debito buono. Uno era quello della sanità. Investire nella medicina di base, nelle strutture ospedaliere, nei presidi anticovid, in un programma di protezione dei deboli. Da maggio a settembre c’era tutto il tempo per pensare e attuare un piano capace, nel breve, medio e lungo periodo, di alzare il livello del nostro sistema sanitario. Una necessità impellente per affrontare la recrudescenza della seconda ondata (anch’essa prevista dagli epidemiologi), ma anche un investimento per il domani, considerando l’inesorabile processo di invecchiamento della nostra società, che fa pochi figli. C’era il MES sanitario, messo a disposizione dall’Europa. Quei soldi erano tanti e subito. A interessi zero, pensati proprio per aiutare il nostro sistema. E invece no. I capricci e le sciocche impuntature dei Cinque Stelle hanno impedito non solo di approvvigionarci col MES, ma anche di poterlo fare sui mercati ordinari, perché l’interesse da pagare sarebbe stato ben più elevato e l’irrazionalità di quel diniego sarebbe emersa in tutta evidenza. Così su questo fronte cruciale non si è fatto abbastanza e col ritorno del virus il sistema è tornato in sofferenza. Il ministro Speranza ha passato l’estate a scrivere un libro sulle grandi gesta del governo contro la pandemia. Libro che non leggeremo mai, perché smentito da tutto prima ancora d’essere pubblicato. La domanda è: quanti morti dobbiamo conteggiare sulla coscienza di questi “scappati di casa”? L’Italia, diciamolo chiaro così la finiamo di narrare una storia che non esiste, è il Paese europeo con più morti di Covid e il terzo al mondo nel rapporto decessi/abitanti. Più di tutti quelli che hanno adottato una politica lassista nei confronti del virus (Belgio escluso). A testimonianza di una gestione a dir poco fallimentare, dall’inizio alla fine di questo percorso. Altro che applausi, altro che “ministri più bravi del mondo”… Non ci resta che sperare nel Recovery Plan. Il fiume di miliardi che mamma Europa ci presta e in parte ci regala per il futuro dei nostri giovani. Soldi che andranno investiti bene, con visione, competenza, strategia. Perché è il piano su cui si gioca l’avvenire del Paese, unica speranza per fornire alle prossime generazioni gli strumenti per sostenere il debito schiacciante che gli stiamo consegnando. Del piano però non c’è ancora traccia. Non c’è accordo. Lo ha scritto Conte nel chiuso del suo studio e lo manda a mezzanotte ai partiti di governo per un placet definitivo del mattino dopo. Scatenando l’inevitabile bufera palese (Renzi) e nascosta (PD e 5 Stelle). Eppure lo stesso Conte aveva messo in piedi, in questi mesi fior di tavoli, commissioni, task force. Dal piano Colao (mai ripreso), ai tavoli preliminari con tutte le categorie. Tanta carne al fuoco, e siamo ancora a poco più del carissimo amico. Insomma, un tale piano, vasto e di lungo respiro, richiede continuità e condivisione per disegnare il futuro. Per questo doveva coinvolgere tutto il Parlamento, in un clima di collaborazione tra maggioranza e opposizione. E quantomeno questa collegialità era obbligata all’interno della coalizione di governo. E invece Conte voleva fare tutto da solo. Tra l’altro, ci si chiede, sulla base di quali garanzie e competenze personali?Bastano apIomb, pochette e furbizia a fare uno statista di rango? Dunque, torniamo alla domanda iniziale. Ci preoccupa la crisi di governo? La mia risposta è no. Ma, si dice, gli altri sono peggio. Salvini e Meloni non sono meglio, e lo hanno dimostrato nel modo ondivago e contradditorio in cui hanno fatto opposizione, cavalcando le pulsioni del loro elettorato, incapaci di offrire una chiara ricetta alternativa. Ma davvero esiste il peggio di quanto è stato fatto fin qui? La crisi, se ci sarà, piuttosto aprirà uno spiraglio.Mai come oggi servono autorevolezza, competenza, serietà, capacità. Qualità che la nostra politica, salvo rarissime eccezioni, non è in grado di offrirci. Affidarsi a un governo tecnico resta l’unica vera speranza per uscire dai guai.