Un ingorgo politico-istituzionale

Ci stiamo avviando all’ingorgo politico istituzionale. Già perché le questioni che stanno avvolgendo il governo in questo periodo riguardano la conclusione dell’iter della legge di Bilancio 2021 e poi la relativa pianificazione degli interventi attuativi, la possibile “verifica” di maggioranza a causa dei malumori sul Next Generation EU e sui contenuti del Dispositivo per la ripresa e la resilienza che è componente essenziale del Piano nazionale per il ricorso alle sovvenzioni e ai finanziamenti attivati dall’UE.
I Piani nazionali vanno presentati entro aprile 2021 alla Commissione europea ma la maggioranza di governo in Italia si sta arrovellando sui progetti che dovrebbero concretarne l’affidabilità e quindi l’attuabilità per la concessione dei fondi e attivare il Recovery plan italiano tanto sospirato quanto mai necessario.
In questi ultimi giorni è intervenuto anche il Commissario europeo all’economia, già presidente del consiglio italiano, Gentiloni.
Sulla stampa (si veda il Corriere della sera e Repubblica in particolare) il commissario ha sottolineato come nel Dispositivo per la ripresa e la resilienza “ci sono alcune spese che la Commissione Ue in generale non considera accettabili: quelle che danneggiano l’ambiente o che tendono a favorire consensi effimeri. Questa tipologia di spese non è prevista dai piani finanziati col debito comune. Ciò significa che se i governi scriveranno piani con questi interventi, saranno rivisti dalla Commissione Ue ….Qualità del piano e sua attuazione sono sfide che potrebbero diventare molto difficili.”

L’Italia sta discutendo ancora a livello governativo il contenuto del Piano (per i contenuti si veda la bozza pubblicata su lavoce.info) che dovrà poi “subire” il passaggio alle Camere come concordato in sede di consiglio dei ministri.
La domanda su cosa si stia facendo per rendere il Piano in linea con le previsioni e le Linee guida della Commissione del 17 settembre nonché con le aspettative del Consiglio europeo del 21 luglio scorso e dell’ultimo del 10 dicembre che ha “sdoganato” definitivamente il Next Generation EU, è d’obbligo.
Infatti, in UE, qualche dubbio comincia a sorgere, e le parole di Gentiloni sono chiare: “vista l’esperienza che abbiamo in Paesi come Italia e Spagna sulla difficoltà dell’assorbimento delle risorse europee si tratta di una sfida enorme perché questi fondi vanno impegnati entro il 2023 e spesi entro il 2026. Servono quindi procedure straordinarie e corsie preferenziali, ovvero uno sforzo straordinario.”

C’è da condividere una visione che altrimenti riporterebbe il Piano nazionale a livello di ordinaria amministrazione come risorse in definizione di una qualsiasi legge di Bilancio, cosa che non è assolutamente plausibile se si vuole veramente concludere l’operazione di ripartenza e di accesso ai fondi.
E non si tratta neanche di una programmazione di utilizzo dei fondi UE cui siamo abituati (anche se non eccelsi utilizzatori appunto) come quelli di coesione e di cofinanziamento.
“L’attuale operazione – conclude Gentiloni – prevede che se non vengono raggiunti nei tempi stretti previsti gli obiettivi scritti nel piano, le erogazioni semestrali successive all’approvazione del piano saranno a rischio».
Per l’Italia in ballo complessivamente per il Next Generation EU ci sono 209 miliardi aggiuntivi rispetto ai trasferimenti della programmazione di bilancio 2021-2027, di cui 193 legati al Dispositivo per la ripresa e la resilienza, e lo saranno nei prossimi 5 anni, se e solo se “si raggiungono gli obiettivi stabiliti nei tempi previsti… e l’unico modo per riuscirci è far rispettare criteri omogenei. Questa per l’Italia è una sfida davvero molto difficile” ha concluso Gentiloni.