Natale con i tuoi… compagni in fabbrica

Mentre in tutto il Paese si superava con fatica il trauma di non aver potuto celebrare il Natale con cenoni e pranzi luculliani, restando al di sotto delle sei persone in casa, c’è chi le feste le condivide con i colleghi di lavoro, con i compagni di lotta. Da nord a sud ci sono lavoratori che occupano le fabbriche, manifestano, cercano una qualche risposta alla disperata condizione di chi vede le proprie certezze di vita crollare a causa delle ristrutturazioni aziendali.

I casi più eclatanti sono quelli di Whirpool a Napoli e della torneria Meribulloni Voss in Provincia di Lecco che vuole dismettere la produzione, ma i 70 operai che vi lavorano organizzano presidi e picchetti.

La vicenda Whirpool va avanti ormai da mesi e da mesi vanno avanti le proteste, oggi il 28 dicembre è previsto l’ennesimo tavolo di confronto al MISE ma non si intravede alcuna soluzione concreta.

La multinazionale statunitense non è in crisi, gli utili sono stabili, anzi quest’anno da aprile a novembre è stato registrato un aumento, ha acquisito marchi italiani prestigiosi come Indesit ed Ariston, senza mai dare alcuna garanzia sulla tenuta dell’occupazione nel nostro Paese.

L’Italia è una terra di conquista, le grandi multinazionali vengono, acquistano asset strategici del nostro tessuto produttivo manifatturiero, sì perché per quanto si tenda a dimenticarlo o a rimuoverlo l’Italia è un grande Paese di produzione manifatturiera, poi quando la produzione non è più funzionale dismettono siti produttivi e persone.

Dopo mesi di incertezza e di trattative complesse il Governo ha trovato una soluzione alla vicenda Embraco, per quanto il piano industriale sia ancora oggetto di trattativa con i sindacati, grazie ad un paino industriale che prevede 50 milioni di investimenti entro il 2024 attuato attraverso l’intervento di Invitalia SPA.

Una soluzione condivisibile ma sempre sporadica, non c’è una vera politica industriale che possa dare un quadro di riferimento certo ad imprese e lavoratori. Il Governo agisce confusamente, anche riguardo gli strumenti, a volte ricorre ad Invitalia SPA, altre volte utilizza CDP come un “bancomat” per gestire situazioni in cui non si riesce ad individuare un’altra soluzione.  Una riforma della nostra Cassa Depositi e prestiti che la renda più simile alla tedesca KfW sarebbe senza alcun dubbio auspicabile, come è più che condivisibile che l’Esecutivo si doti di uno strumento di politiche industriali attive, che possa intervenire fattivamente e concretamente ad impedire il depauperamento del nostro patrimonio produttivo, ma andrebbe fatto nel quadro di una precisa strategia, programmando anche quali siano i settori produttivi prioritari, i cui asset devono restare in Italia, ed i quali casi invece intervenire con il welfare, per altro ad oggi inadeguato, e con le politiche attive del lavoro, che sostanzialmente non abbiamo, a meno che non si voglia spacciare per intervento di politica attiva la patetica vicenda dei navigator.

Qui la crisi covid non c’entra, ed in verità sarebbe anche ingeneroso caricare sulle spalle del fragile esecutivo giallorosso criticità e lacune del nostro sistema pubblico che vengono da lontano. Il nodo è proprio questo abbiamo un esecutivo fragile, che si trova ad affrontare una crisi epocale, in cui si aggravano le debolezze strutturali del nostro sistema pubblico e della nostra struttura economica, mentre sorgono nuove gravissime questioni da affrontare. Non per essere pedanti ma occorre ancora ricordarlo, il 31 marzo scade il blocco dei licenziamenti e ad oggi non si vede ancora una strategia concreta per affrontare la crisi occupazionale che ne deriverà. Nel 2009, l’anno successivo alla crisi del 2008, il PIL in Italia calò di 5,5 punti percentuali, e la disoccupazione registrò un aumento significativo, superando il 10% con punte del 30% riguardo i giovani.

Quest’anno orami tutte le stime concordano nel registrare il  -9,5% di PIL, il doppio degli anni di quella che pensavamo fosse la peggiore crisi della storia dell’economia, l’unica strategia all’orizzonte è il recovery plan, peccato si sia in ritardo con la stesura del programma…

Prometeia ha calcolato l’impatto dei fondi recovery sulla crescita del PIL Italiano nei prossimi anni, circa l’1,3%.

Stanno giocando con il fuoco, la politica dimostri per una volta serietà e responsabilità, faccia un passo indietro per farne due avanti nel 2023. La verifica di governo dovrebbe essere colta come un’occasione per una svolta, oltre le mediocri partigianerie, i partiti della maggioranza ammettano che questa compagine ministeriale è inadeguata ad affrontare la situazione, del resto quando ebbe la fiducia delle Camere la pandemia non era lontanamente prevedibile, l’opposizione smetta di fare i capricci e di strumentalizzare le difficoltà del Paese. L’Italia ha bisogno di un governo che esprima le migliori competenze della nazione in tutti gli ambiti e del leale sostegno di tutte le forze politiche, quando il peggio sarà passato torneremo a dividerci con più passione e più veemenza di prima. Questa sarebbe la soluzione più ragionevole, più saggia, per cui è certo che non verrà praticata.