Gli apostoli della Libertà: Giovanni Falleroni

Il 27 dicembre 1837, a Loreto (AN), nasce Giovanni Falleroni. Studente della facoltà di medicina di Macerata completa gli studi all’Università di Bologna. Membro della Società nazionale italiana, nel 1859 si reca a Torino dove si arruola volontario e viene assegnato all’XI battaglione bersaglieri. Congedato dopo l’armistizio di Villafranca, si porta a Bologna e si arruola nel XXIV battaglione bersaglieri dell’esercito della Lega dell’Italia centrale, in cui è promosso di caporale. Lasciato l’esercito nel 1860, raggiunge Garibaldi a Palermo dove viene inquadrato nella brigata, poi divisione, Medici e partecipa all’assalto di Milazzo ed allo scontro di Caiazzo, in cui viene ferito ad una mandibola e portato prigioniero a Capua. Liberato dai garibaldini e lasciato l’esercito, svolge la professione di medico condotto a Recanati, Preggio, Tuoro Cannara, quindi nuovamente a Recanati. Iniziato in massoneria, repubblicano e anticlericale, nel 1873 si specializza in chirurgia a Napoli per cui è nominato interino nella condotta chirurgica di Porto Recanati. Lasciata la condotta per motivi politici, nel 1878 torna a Tuoro come medico chirurgo. Entrato in polemica politica col sindaco di Tuoro, che porta ad un duello fra i due, viene licenziato dal Comune. Collaboratore del periodico L’Educatore di Macerata, espressione dell’opposizione democratico-repubblicana, nel 1880 si trasferisce a Roma, dove può intensificare la sua attività politica collaborando al quotidiano La Lega della democrazia ed entrando a far parte del Circolo repubblicano. Condannato per aver distribuito ed affisso stampati antimonarchici in risposta al viaggio ufficiale che Umberto I aveva compiuto a Vienna nel 1881, per evitare il carcere si rifugia a Lugano, rifiutandosi di domandare la grazia giudicata “una delle più grandi e più odiose ingiustizie”. Eletto deputato con la Consociazione democratica nel 1882, viene espulso dall’aula per aver dichiarato in aula “non giuro” in occasione del previsto giuramento di fedeltà al sovrano. Dichiarato poi decaduto dal seggio, in un discorso tenuto nel teatro Comunale di Macerata, riafferma le sue posizioni politiche di estrema Sinistra quali: rivendicazione del suffragio universale, indennità ai deputati, nazione armata, imposta unica progressiva e pesante tassazione delle eredità, abolizione delle tasse più inique come quella sul sale, contenimento dell’emigrazione mettendo a colture i latifondi abbandonati, tutela degli operai e limitazione delle ore di lavoro, abolizione del gioco del lotto, trasformazione dei regolamenti sulla prostituzione, scuola obbligatoria, gratuita e totalmente laica, maestri dipendenti dallo Stato e non dai Comuni, abolizione della legge delle Guarentigie e del giuramento politico, necessità di una Costituente per definire la forma istituzionale. Costretto a rifugiarsi ancora in Svizzera per sfuggire ad un nuovo mandato di cattura, svolge la professione di medico e collabora con Il Lucifero, il più importante periodico repubblicano delle Marche, con articoli contro i cattolici conciliatoristi. Contratto il tifo curando gli abitanti di Giubiasco colpiti da una forte epidemia nel 1887, viene riportato in Italia dal fratello Domenico, grazie ad una amnistia per i reati politici, stabilendosi prima a Civitavecchia e successivamente a Recanati per curare le conseguenze della malattia. Colpito da paralisi celebrale, muore a Recanati (MC) il 31 gennaio 1890.