A che punto siamo? L’epidemia come politica di Giorgio Agamben

Può piacere o non piacere, come è giusto che sia. Ma derubricare le uscite di Giorgio Agamben sul Covid-19 al pari di qualsiasi altro negazionismo è un atto di slealtà intellettuale, di miopia. Di essere critico rispetto la gestione della pandemia, il filosofo romano, lo è sicuramente. Non ci sono dubbi. Il punto è andare al fondo della questione. A che punto siamo? L’epidemia come politica (Quodlibet, 107 pagine, 10 Euro) va letto non soltanto come la raccolta degli scritti e delle interviste pubblicati durante la prima parte della pandemia. Ma come la protesi di un’opera più vasta e di un interrogativo più urgente, sebbene ce lo portiamo dietro da oltre trent’anni. Quando finirà lo stato d’eccezione permanente a cui ci siamo, via via, abituati? Emergenza terrorismo, emergenza economica, emergenza migranti, emergenza pandemica. L’opzione della normalità pare ormai essere derubricata a un ricordo lontano, sfumato, impercettibile. La posta in gioco è quella della tenuta dell’architettura democratica, dei suoi fondamenti, delle sue libertà. Un allarme che non dovrebbe essere liquidato a semplice Cassandra, soprattutto se a lanciarlo è uno dei pochissimi filosofi italiani tradotti all’estero. Deve far pensare se l’intervento che dà il titolo al pamphlet sia stato prima richiesto e poi rifiutato dal Corriere della sera. Di che parla? Di rimettere in discussione la «religione del denaro» e la «cecità degli amministratori». Ecco, forse è proprio lì la pietra d’inciampo.