Il teatrino televisivo e la narrazione del buon governo

«Neanche i dittatori o i presidenti eletti direttamente dal popolo si rivolgono con tale frequenza e con tale supponenza alla tv, scavalcando governo, parlamento, quirinale, guardie svizzere…». Anche Marcello Veneziani stigmatizza la ‘narrazione’ di una ‘emergenza’ in nome della quale si sono sospese da dieci mesi libertà e garanzie costituzionali senza che si capisca quanto questo clima illiberale e antidemocratico debba durare ancora.  Per fortuna che c’è la tv.  Con “il siparietto col virologo, la virologa, la veterinaria spacciata per oracolo, l’esperto a pagamento. Che dice ogni giorno cose sconvolgenti: non abbassare la guardia, usate le mascherine, non assembratevi, i vecchi rischiano; poi giustifica tutto ciò che fa il governo, e fa previsioni pari a quelle di qualunque passante, generiche, banali, fondate sull’ovvio o sull’auspicio, senza alcuna base scientifica”.

«La cosa più losca è l’uso propagandistico della malattia. Se intervistano una persona appena uscita dalla terapia intensiva, gli fanno dire non la prima cosa che viene spontanea a quel punto: il pensiero ai famigliari, ai medici, la disperazione, la fede… No, ma sempre qualcosa in polemica con chi non crede al covid, l’ateo. Figuratevi se uno che l’ha passata così brutta, dopo un mese di isolamento, paura e sofferenza, torna in vita e in quel momento la sua prima preoccupazione è polemizzare con gli scettici sul virus. Gli tolgono il tubo e lui per prima cosa attacca: “E voi che non ci credevate!” Si capisce subito che l’osservazione è preceduta da una domanda fuori campo e servizio: cosa risponde a chi non crede al covid o lo sottovaluta? Ora, capisco il fine pedagogico, ammaestrare i cittadini, spaventarli, chiudere la bocca a ogni dissenso col terrore delle immagini; ma qui siamo oltre la realtà, in una specie di horror fiction per impaurire i bambini deficienti».