Gli opliti di Conte

Saranno ben trecento, come i guerrieri di Leonida, i consulenti che affiancheranno la Presidenza del Consiglio nell’attuazione dei progetti del piano Next Generation eu. La numerologia di Conte è perfetta, tre membri del Governo, il ministro dello Sviluppo Economico, quello dell’Economia ed il Presidente del Consiglio, sei supermanager e trecento consulenti con compiti esecutivi, l’esercito che dovrà occuparsi della realizzazione e dell’implementazione dei progetti. La scelta del Presidente è interessante, siamo l’ultimo fra i grandi Paesi membri che non ha ancora presentato almeno una bozza di piano recovery, il CdM di oggi dovrebbe finalmente esaminarne una,  ma prima di tutto pensiamo a chi dovrà realizzarli. Nei Paesi normali questo compito è svolto dall’Esecutivo coadiuvato dagli apparati amministrativi, a quanto pare l’avvocato del popolo vuole assicurarsi di avere il controllo diretto dei fondi. Una piena del fiume Panàro ha rotto gli argini appena rinforzati, il Veneto è in emergenza a causa del maltempo, le nostre infrastrutture necessitano di piani di manutenzione straordinaria, rimane inattuata gran parte della legge 443/2001, la cosiddetta legge obiettivo grandi opere, ed invece di programmare un utilizzo di parte di quei fondi per intervenire su queste gravi questioni aperte a Palazzo Chigi pensano a come gestire il malloppo. Abbiamo avuto i piani ed i contropiani, gli sfarzosi quanto inutili stati generali, mai una vera sede dove le parti sociali e l’esecutivo potessero affrontare una discussione approfondita sui fondi europei e sul loro migliore utilizzo, né ad oggi ci sono state sessioni delle commissioni parlamentari competenti dedicate ad un confronto programmatico.

Il Presidente Conte dovrebbe rinunciare all’idea di questa superfetazione kafkiana e piuttosto chiedere ai suoi dirigenti un piano per l’innovazione della P.A., che dispone delle risorse per realizzare queste iniziative e se non ne le ha la si doti di quanto necessario. Riguardo i ministri o sono in grado di svolgere il proprio o ruolo o si cambino, la soluzione non può sempre essere assumere un esercito di consulenti, che, per altro giustamente, non lavorerebbero certo per amor patrio.

La battaglia delle Termopili di Conte però non riguarda il recovery plan ma un altro strumento finanziario dell’Unione, il MES la cui riforma viene votata in Senato il 9 dicembre. I numeri del governo si fanno incerti ora che il Cavaliere ha già concluso il suo do ut des: ha votato lo scostamento di bilancio, ottenendo in cambio la clausola “salva Mediaset”, quindi ora può accontentare Salvini e Meloni e votare insieme al centrodestra, ed in maggioranza i frondisti antieuropeisti grillini hanno avuto la benedizione di Beppe, il  padre ignobile del M5S, al Senato l’esecutivo rischia di andare sotto su questo tema cruciale, il  che infliggerebbe un colpo durissimo alla poca credibilità che ha premier nelle sedi europee e sarebbe un sussulto per il precario equilibrio su cui si regge la maggioranza.

Alla fine in qualche modo il governo la spunterà, qualche assenza strategica, qualche dissenso nei settori moderati del centrodestra, ma sicuramente è un momento di concitazione e fibrillazione nella maggioranza.

Su cosa stanno litigando? Come sempre nella politica italiana su un feticcio, il MES è una questione simbolica tanto per i filoeuropeisti che per i sovranisti, nessuno affronta il merito e si divide su questo.

La modifica del Meccanismo Europeo di Stabilità riguarda alcuni aspetti del suo funzionamento.

Le CACs, o clausole di azione collettiva sul debito, furono inserite nei prospetti che normano i termini contrattuali dei titoli di Stato emessi nell’area euro, con maturità di un anno e oltre, nel 2013. Si tratta di una disciplina contrattuale che consente agli emittenti di cambiare i termini contrattuali, per esempio posticipare il rimorso o non rimborsarne una parte, proponendo una ristrutturazione del debito che richiede un’approvazione a maggioranza qualificata dei creditori. L’obiettivo è consentire ad uno Stato in crisi finanziaria di assumere un’iniziativa che consenta di gestire in modo più ordinato il default, la ratio è rendere paritarie le condizioni di rimborso fra i creditori.

Nel mercato finanziario però operano fondi speculativi che acquistano i titoli di stato coinvolti nella ristrutturazione a valori frazionali (ad esempio: cinque centesimi quando il valore del rimborso sarebbe un euro) e rifiutano poi l’offerta di rimborso al valore previsto dalla ristrutturazione. Sono gli holdout, i resistenti, che spesso ricorrendo ai tribunali riescono ad ottenere il rimborso al valore nominale del titolo. I “resistenti” sono riusciti ad ottenere dalla Grecia, durante la crisi del 2012, 6,5 miliardi di euro mentre i cittadini greci erano stremati.

Per evitare le incursioni degli holdout la riforma del MES introduce le Slingle-Limb CACs, si tratta di un unico voto di tutti i creditori, non vi saranno più le Doumble Limb CACs per cui prima votano i detentori di ogni singolo titolo e poi votano insieme i detentori di tutti i titoli. Il sistema a doppio voto dà la possibilità ai fondi speculativi di comparare a prezzi di realizzo, per esempio il 40% di un singolo titolo, bloccando la decisone di ristrutturarlo. Successivamente i “resistenti” ricorrendo in tribunale otterranno, o almeno tenteranno di ottenere, il rimborso al 100% a svantaggio, oltre che del debitore, degli altri creditori che subiranno maggiori perdite. L’introduzione di un unico voto ha l’obiettivo di arginare le attività speculative. Una politica caldamente raccomandata dal FMI.

È vero che l’Italia non dovrebbe essere interessata direttamente da questa norma, in ogni caso si tratta di approvare una disciplina che penalizzi la finanza speculativa che lucra sulle difficoltà degli Stati e quindi dei cittadini di quelli Stati, ma si sa i sovranisti sono tutti uguali, forti con i deboli e deboli con forti, così impugnando la bandiera del popolo si fanno gli interessi di coloro a cui del popolo non importa nulla.

Un’altra riforma riguarda il cosiddetto paracadute per le banche, si anticipa al 2022 il backstop al Fondo Unico di risoluzione per le banche. Quando una banca andrà in default e le risorse disponibili non saranno sufficienti potrà intervenire il Fondo Unico per la risoluzione delle banche. Il Fondo è un organismo in seno alla Commissione alimentato da risorse messe a disposizione dalla più importanti banche europee, che ogni anno versano dei contributi, era previsto entrasse a regime a partire dal 2024, la riforma del MES prevede che se una banca dovesse averne necessità prima, e le risorse accumulate con i contributi versati dalle banche non fossero sufficienti, interverrebbe il Meccanismo di Stabilità.

Le linee di credito precauzionali sono invece strumenti preventivi che hanno l’obiettivo di sostenere uno Stato qualora questo sia in difficoltà e corra il rischio di non potersi approvvigionare sui mercati finanziari.

Sono linee sottoposte a condizionalità. È una valutazione di merito del Board del MES riguardo la sostenibilità complessiva del debito che sta alla base della decisione di accordare o negare l’accesso a questi strumenti creditizi. Lo Stato beneficiario deve assumere impegni di riforma in ambiti specifici e per determinati periodi di tempo, naturalmente è di sua esclusiva competenza decidere se ricorrere o meno a questi strumenti.

Questa sintesi mette in luce come il MES sia uno strumento costruito su logiche vecchie, improntato di dogmatismo liberista che vuole contenere il ruolo dello Stato esclusivamente ad una funzione regolatrice, salvo cadere in contraddizioni continue, si vuole il bail-in per le banche poi se questo non risolve la crisi bancaria c’è il fondo interbancario, ma se neanche questo basta ecco che si apre il paracadute pubblico. Come non essere d’accordo con il disciplinare il default degli Stati ponendo un freno ad operazioni speculative? Bisognerebbe, invece, attuare politiche monetarie che impediscano di arrivare alla necessità di ristrutturare i debiti sovrani, basterebbe avere una Banca Centrale che non abbia come unico ruolo statutario il contenimento dell’inflazione. Le misure preventive sono corrette in linea di principio ma vanno svincolate dalle condizionalità, occorre democratizzare la governance economica dell’Unione, sottraendo potere al Consiglio Europeo ed alla Commissione per darne al Parlamento che deve assumere reali funzioni legislative e determinare l’indirizzo politico degli organismi esecutivi.

Nessuno si impensierisca non saranno questi temi ad essere oggetto di discussione il 9 dicembre in Senato, in Italia interessano a pochi e la maggioranza dei nostri parlamentari, parafrasando Kissinger, è gente che a parlargli di politica rischi di annoiarla. Conte alla fine avrà pure i suoi opliti con cui andrà all’assalto del tesoro di Bruxelles.