La storia non si sfratta

Il Comune di Roma, che evidentemente ha risolto tutti i problemi dei cittadini della capitale, ha intimato lo sfratto all’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, una delle più antiche e prestigiose istituzioni culturali del nostro Paese, dalla sede che lo ospita da poco meno di un secolo, una parte del seicentesco complesso del Palazzo dei Filippini in Piazza dell’Orologio.
La decisione dell’amministrazione comunale è, a dir poco, sorprendente. Il linguaggio usato, tipico del più algido dei burocrati e quanto meno sconveniente, mostra chiaramente l’incapacità del mittente di comprendere le conseguenze materiali e, soprattutto, culturali dell’atto predisposto, con il quale si chiede di «rilasciare bonariamente i locali, liberi da persone e cose, entro 90 giorni», minacciando in caso contrario la «riacquisizione forzosa del bene».
L’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, fondato nel 1883, ha come compito primario l’edizione e lo studio delle fonti per la storia della civiltà medievale e pubblica edizioni critiche e strumenti di lavoro insostituibili per una corretta conoscenza del passato. Ospitato sempre in sedi di sicuro prestigio – il Ministero della Pubblica Istruzione alla Minerva, il palazzo Corsini alla Lungara e, per qualche anno, persino palazzo Chigi, appena acquisito dallo Stato – nel 1924 ha trovato la sua sede congeniale nel Palazzo dei Filippini grazie a una intuizione di Paolo Boselli e alla disponibilità del Governatorato di Roma. Nel corso dei decenni, a partire dalle prime scaffalature lignee offerte dalla Camera dei Deputati, nelle stanze riservate all’Istituto si è venuta a costituire una delle biblioteche specialistiche più importanti del nostro Paese (con oltre 80.000 volumi), vero e proprio volano di un intenso lavoro di ricerca che ha coinvolto e coinvolge studiosi di tutto il mondo e dell’attività della Scuola storica nazionale, aperta ai docenti di ruolo delle scuole statali, che ha formato generazioni di studiosi e di insegnanti.
Negli stessi locali, peraltro, l’Istituto conserva e mette a disposizione degli storici e dei laureandi un archivio di notevole interesse dove sono confluiti non solo i documenti che testimoniano l’attività scientifica, editoriale e amministrativa dell’ente ma anche i preziosi fondi privati di tanti intellettuali (come Vittorio Fiorini, che con Giosuè Carducci ideò e diresse la pubblicazione della seconda serie dei Rerum Italicarum Scriptores per i tipi della casa editrice Zanichelli di Bologna, o come Raffaello Morghen, grande studioso di fenomeni politici e religiosi che affondano le loro radici nel Medioevo e sono ancora oggi al centro della riflessione scientifica).
Negli ultimi vent’anni, grazie all’instancabile lavoro del suo presidente Massimo Miglio, l’Istituto si è aperto alla città ospitando iniziative culturali di diverso genere, non di rado destinate ai ragazzi in età scolare, e promuovendo su larga scala la conoscenza corretta di un’epoca vittima della grossolana ignoranza di chi ancora oggi la indica come paradigma di arretratezza e violenza.
A questo punto, anche a seguito delle tante iniziative in difesa dell’Istituto messe in campo da istituzioni e centri di ricerca di ogni livello, si spera che l’Amministrazione capitolina rinsavisca, torni sui suoi passi e annulli una decisione incomprensibile e dannosa per l’immagine stessa della capitale, una capitale che dovrebbe invece trovare un motivo di vanto nell’ospitare un’antica istituzione impegnata da ben oltre un secolo nella difesa, nello studio e nella promozione del patrimonio storico.
Ad ogni buon conto, è stata lanciata una petizione – La storia non si sfratta – che in sole due ore ha superato di slancio le mille adesioni e può essere firmata attraverso la piattaforma change.org raggiungibile dalla home page dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo.

Berardo Pio.