Il macigno del debito pubblico

Da marzo a settembre dell’anno in corso, la BCE ha sostanzialmente acquistato oltre il 70% del debito sovrano dei paesi dell’area Euro impiegato per finanziare gli interventi straordinari necessari a contrastare i danni innescati da Covid 19. Si tratta di una somma imponente, che aumenta nominalmente il già preesistente enorme debito storico europeo; ma con la peculiarità che non produce quasi nessun aumento della spesa corrente per interessi passivi. In questo contesto, il presidente del parlamento europeo, Sassoli, ha avanzato una riflessione (così lui la definisce) sulla possibilità di sterilizzare questa quota di debito sovrano europeo. Ad onore di verità, dobbiamo precisare che già in tempi precedenti una tale proposta era stata prospettata da esponenti della Lega; avevano anche essi proposto che l’Italia azzerasse la quota del debito nazionale posseduto dalla Banca centrale. Oggi credo che il Prof. Cottarelli abbia espresso con chiarezza tutta una serie di vincoli (anche da me condivisi) che impediscono quanto auspicato prima dalla Lega ed ora da Sassoli: i trattati comunitari che regolamentano la vita della UE e della BCE lo impediscono esplicitamente. Ciò detto, è ovvio che non si possa ignorare l’esistenza del problema; cioè come evitare che proprio la quota di debito posseduta dalla Banca centrale (essenzialmente attraverso le banche centrali dei singoli paesi) diventi essa fonte di instabilità finanziaria. Scartata la prospettiva della cancellazione, si possono comunque individuare dei percorsi che possono efficacemente sterilizzare il pericolo prima richiamato. La strada da percorrere, che non mi sembra presenti impedimenti di ordine giuridico comunitario, potrebbe essere caratterizzata da un duplice intervento: primo quello di una autonoma decisione operativa della BCE di estendere sino al 2023 (anno di cessazione del Next Generation Eu) l’efficace e consistente intervento in corso, attuato con il Quantitative Easing (QE), quindi con la rimodulazione del PEEP, o di strumenti simili. Ed ancora (seconda opzione) confermare sino al 2030 l’impegno della Banca centrale a reinvestire, nell’acquisto di titoli del debito sovrano dei paesi dell’area Euro, le somme derivanti dall’ammortamento delle quote di debito di ogni singolo paese che arrivino a scadenza nel singolo anno. La soluzione prospettata non violerebbe i trattati comunitari, in quanto reiterazione di interventi finanziari già oggi vigenti, e dimostratisi di estrema efficacia ed utilità. Ma inoltre l’insieme delle due opzioni non produrrebbe effetti patrimoniali negativi sul bilancio della BCE (lascia inalterato l’ammontare creditizio), non innescherebbe conseguenze pericolose sui tassi di interesse praticati dal mercato per finanziare la gestione del debito storico dei singoli paesi, ma anzi svolgerebbe il ruolo positivo di calmiere; non si avrebbero ricadute sull’ammontare della spesa corrente per il pagamento degli interessi (le banche centrali, come noto, ristornano già ora ogni anno al proprio paese gli interessi dallo stesso pagati per l’indebitamento del Q.E e/o del PEEP). Inoltre si innescherebbe il percorso virtuoso, negli anni di vigenza della normativa ipotizzata, di riduzione della quota storica del debito sovrano posseduto da operatori finanziari privati, conseguente alla politica generale di riduzione del debito. Dopo il 2030, la BCE potrebbe valutare la eventuale rimodulazione da introdurre sulla politica di reinvestimento del debito in scadenza, sulla base delle autonomie decisioni della gestione della missione statutaria della Banca centrale stessa in termini di controllo dell’inflazione e dell’ammontare della liquidità monetaria più adeguata. Chiaramente ciò sarà possibile solo se i governi nazionali, e quello italiano in modo particolare, avranno dimostrato di sapere e voler imboccare la strada del risanamento, della crescita, dello sviluppo, e del controllo della spesa corrente.