Nucara su Il Dubbio: «Non serve cambiare la Costituzione…»

«La Costituzione è diventata un capro espiatorio: quando la politica deve coprire i propri errori dice che è necessaria una riforma costituzionale. Più che un tic è un alibi per nascondere le difficoltà e spesso anche l’incompetenza e l’incapacità nella gestione delle questioni di governo. A livello nazionale come a livello locale. Con la pandemia il tic si è ripetuto con il balletto tra Stato e Regioni sui provvedimenti da assumere per contrastare il Covid 19. E sul banco degli imputati è finita come al solito la Carta, che ovviamente andrebbe modificata per superare il conflitto di attribuzioni tra le istituzioni».

Osserva su Il Dubbio di oggi Francesco Nucara, già segretario nazionale del PRI: «Eppure la Carta già definisce i ruoli. Basterebbe leggerla all’articolo 120, dove è stabilito come il governo possa «sostituirsi» a Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni «nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica… ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela di livelli essenziali concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali». Tra questi «livelli essenziali» c’è il diritto alla salute, che è tutelato dall’articolo 32.Insomma il governo ha il diritto-dovere di intervenire sulla politica delle Regioni. E la politica farebbe bene a non intervenire ancora sulla Costituzione, visto lo scempio compiuto con la riforma del Titolo V. La legge 833 che aveva istituito il Servizio Sanitario nel 1978, era a garanzia di tutti i cittadini italiani. Ma dopo la riforma del Titolo V in molti comparti, compreso quello sanitario, di fatto non esistono più gli italiani, bensì i veneti, i lombardi, i siciliani, i calabresi…Ecco, i calabresi. La sanità meridionale è sempre nel mirino dei media che sistematicamente ripropongono e aggiornano scandali su diagnosi errate che hanno condotto a decessi, sul malaffare nelle forniture, sul nepotismo nelle carriere, sulla lottizzazione politica nella ripartizione degli incarichi dirigenziali, sul disinteresse per la sorte dei pazienti, sulla fuga dei pazienti e di quegli operatori sanitari che mal sopportano un sistema inefficiente e un clima fatto di «clientele e favoritismi». Naturalmente «clientele e favoritismi» sono opera delle organizzazioni locali. Diventano invece scelte coraggiose quando è il governo nazionale a inviare commissari per la sanità in Calabria, trane poi scoprire che la gestione dei commissari è fallimentare.Se il tema è la lotta alla corruzione, sappiamo che questa piaga non ha confini territoriali, e se proprio si dovesse stilare una triste classifica si potrebbe dire — come evidenziano i fatti di cronaca — che al Nord è più radicata. Ma per non restare prigionieri dei luoghi comuni è opportuno affrontare il tema della sanità calabrese nel suo complesso, perché i suoi problemi sono un paradigma che spiega i problemi della sanità meridionale. A partire dal debito di questo comparto, che affligge tutte le regioni del Mezzogiorno. E questo debito è determinato anche dall’esodo sanitario verso il Nord.Già questo fattore divide il Sud tra cittadini di serie A e di serie B. E fa saltare le garanzie costituzionali, perché i «viaggi della speranza» sono possibili per lo più alle persone abbienti, che possono trasferirsi in ospedali fuori regione spesso accompagnati da familiari. L’emigrazione sanitaria grava ulteriormente sui bilanci delle regioni meridionali: secondo la fondazione Gimbe «rispetto all’entità e al segno (positivo/negativo) del saldo 2018, le Regioni sono state suddivise in sei categorie» e «dalla classificazione risulta che quelle con saldo positivo rilevante sono tutte del Nord, mentre le Regioni con saldo negativo rilevante si collocano tutte al Centro-Sud».Calabria e Campania hanno un saldo negativo di 287,4 milioni di euro e di 350,7 milioni di euro. È chiaro che le Regioni meridionali di fatto alimentano finanziariamente la sanità settentrionale. Per invertire la tendenza il governo, piuttosto che annunciare l’ennesima riforma costituzionale, dovrebbe attuare il dettato costituzionale. E per diminuire le diseguaglianze sanitarie dovrebbe adottare un «piano di programmazione» che ristabilisca per nove milioni di cittadini quel diritto alla salute che è tutelato solo per gli abitanti di otto regioni italiane.Se in Calabria, invece, il governo si limita a licenziare il commissario alla Sanità che non sapeva di dover redigere il piano anti-Covid, e ne nomina un altro — amico consulente e compagno di partito del ministro della Salute — che aveva già dato pessima prova e non riteneva indispensabile l’uso della mascherina contro il virus, allora è tutto inutile. La sanità meridionale è al collasso e quella calabrese è a un passo dal disastro. Viste le scelte, è legittimo l’allarme di chi teme che dopo l’alluvione arriverà il terremoto».