I non essenziali

La quarantenne che da ragazza non amava molto i libri ma era sensibile e piena di iniziativa, ha coltivato le sue passioni, ha chiesto aiuto ai genitori, impiegati ed operai in pensione, che hanno creduto in quel progetto, hanno messo subito a disposizione della figlia i risparmi di una vita o la liquidazione e quel progetto è partito, il centro estetico si è avviato, decenni di lavoro, una clientela affezionata, le due dipendenti, assunte con il contratto di apprendistato e cresciute insieme alla titolare, costruendo quotidianamente l’attività di impresa. L’uomo oramai di mezza età che ha iniziato a lavorare nei mercati rionali prestissimo, ed oggi conosce gli articoli che vende meglio di chi li produce, un diploma non l’ha conseguito ma è più rapido nel fare i conti della maggior parte dei commercialisti. I tanti store del centro che hanno prodotto occupazione per decine di giovani, in una fase complicata come quella che viviamo in questi ultimi dieci anni.

Migliaia di attività che producono occupazione e contribuiscono all’economia del Paese bollate con una gelida  formula di poche parole: “non essenziali” , come si sentirebbe ciascuno di noi se il capo del Governo, dalla sera alla mattina, con qualche generica rassicurazione sui provvedimenti di ristoro, decidesse che l’attività lavorativa che ci impegna ogni giorno, che ci consente di vivere una vita dignitosa e di contribuire al mantenimento della nostra famiglia è “ non essenziale”? Non entro nel merito della scelte compiute, se abbiano o no una qualche base scientifica, certo non ho la competenza per queste valutazioni, anche se usando il semplice ragionamento si fa veramente fatica a comprendere perché un negozio che vende abiti sia più pericoloso per la salute pubblico di un parrucchiere, intendiamoci ben venga che i parrucchieri possano lavorare, esprimo rammarico per chi non può farlo.

Oltre a vedersi chiuse o fortemente limitate le proprie attività, gli esercenti hanno anche dovuto sopportare la solita insopportabile orda di tuttologi del web, che vorrebbero che fossero tutte chiuse e che si sono improvvisati anche esperti di fisco, teorizzando che grazie alla costante e continuativa evasione fiscale queste categorie non avrebbero avuto difficoltà a fronteggiare la situazione, sbeffeggiando l’esiguità dell’entità dei rimborsi che sarebbe dovuta all’infedeltà fiscale. Se è vero negli anni Ottanta veniva messo in pratica una sorta di compromesso al ribasso per cui il mondo del lavoro autonomo non riceva sostanzialmente alcun servizio dal pubblico, a parte quelli strettamente essenziali, ma d’altra parte l’Erario non era particolarmente minuzioso nel verificare l’attendibilità delle dichiarazioni dei redditi di molte categorie, oggi le cose sono assai diverse. Alcune microimprese praticano quella che Stefano Fassina, una dei più competenti esperti di politica economica della sinistra italiana, infatti non gode in essa di grande considerazione, definì evasione di necessità. Se si dichiarasse tutto al fisco molte di queste imprese non potrebbero sopravvivere, tutto questo a causa dell’eccessivo carico fiscale che grava sui redditi da lavoro e di impresa.

Certo l’essere relegati alla non essenzialità è  ben poca cosa rispetto al trattamento che il Presidente, non mi avrete non li chiamerò mai governatori, della Regione Liguria ha riservato agli anziani. I “non indispensabili”  al processo produttivo, come ha definito le vittime della Covid 19 più vecchie,  poi si è scusato, pare la colpa fosse del social manager. Io ho inteso che la principale incombenza del social media manager è prendersi la responsabilità delle castronerie che scrive il proprio committente, il che in alcuni specifici casi dovrebbe prevedere l’inserimento di questa mansione fra i lavori usuranti. Nessuna dittatura del politicamente corretto potrà non farci riconoscere che il sollievo che talvolta si prova leggendo le statistiche sull’età delle vittime della Covid 19 non sia legittimo, nessuno può negare che, per quanto dolorosa sia e meriti cordoglio e rispetto, la morte di un novantenne è un dato naturale che come tale andrebbe accettato, mentre non lo è la morte di un ventenne  o di una madre o di un padre di famiglia quarantenne o cinquantenne. È il concetto di non indispensabilità al processo produttivo che suscita orrore, quell’insopportabile concessione, “ va comunque tutelata”, no! Il comunque deve essere rigettato con forza, va tutelata la vita ed occorre fare ciò che tutti i mezzi scientifici e tecnici consentono per salvarla. 

La riduzione dell’essere umano ad ingranaggio del processo produttivo è l’espressione violenta della cultura della destra liberista che considera l’individuo non come soggetto portatore di diritti naturali ma come passivo consumatore e produttore da sfruttare, perso in un diabolico meccanismo circolare in cui produce per consumare e consuma per produrre. 

La pandemia non ci ha resi affatto migliori, anzi ha enfatizzato i nostri peggiori difetti, è grave che la politica che dovrebbe essere un punto di riferimento scada nella totale mancanza rispetto delle persone, delle loro sensibilità, della loro complessità. Sono tempi bui, abbiamo urgenza di un nuovo umanesimo laico e libero dalla tirannia del profitto che ci porti fuori da questo tunnel.