Niccolò Rinaldi lascia il PRI. La lettera al Segretario

Caro Corrado, i membri della direzione nazionale hanno recentemente ricevuto una lista di nominativi ai quali verranno affidati gli incarichi settoriali del partito. Non so per quale ragione sia stato incluso anche il mio nome. Direttamente a te, e anche ad altri componenti della segreteria oltre che a vari amici, avevo già comunicato personalmente che la mia esclusione della direzione nazionale purtroppo chiudeva la mia militanza nel partito. Mi era parso di essere stato chiaro e trovo paradossale che dopo un tale atto di sfiducia, mi possa essere chiesto di continuare un ruolo per le questioni europee. Avrei preferito uscire in punta di piedi, senza fretta (e inizialmente anche sperando, inutilmente, che si potesse trovare una soluzione per permettermi di continuare a far parte della direzione), ma in queste circostanze ritengo più chiaro per tutti ribadire le mie dimissioni e augurare a te a agli amici repubblicani, con i quali ho condiviso anni di lotte, di trovare quello che cercate. Come infatti ti avevo detto quando, all’indomani dell’ultimo consiglio nazionale, ho voluto telefonarti, il voto che a larghissima maggioranza mi ha escluso dalla direzione, è stato così convinto che non posso non prendere atto: un problema personale, non di un partito che saprà andare avanti – tra l’altro alla vigilia, così mi è stato assicurato, della costituzione di una componente parlamentare. L’occasione mi permette anche di dire agli amici repubblicani che lascio una militanza di cui resto contento e di cui riassumo qui alcuni punti – solo alcuni. L’anno scorso mi chiedesti con particolare insistenza di candidarmi alle europee: per note ragioni familiari, non era un periodo facile per me, e dopo vari ripensamenti all’ultimo momento accettai, soprattutto per spirito di servizio e presentando nel partito come candidata Stefania Schipani. Fu una campagna intensa e senza risparmi, un mese con oltre cinquanta incontri pubblici nei quali abbiamo rispolverato le bandiere. Mi porto dietro l’impegno degli amici di Roma, della Toscana, di Rieti, di Jesi e San Benedetto del Tronto, e di Sir Graham Watson che venne apposta a Roma per la chiusura. Alla fine ho raccolto poco, perché il partito in troppi posti non c’era o non voleva esserci, ma sono comunque risultato il più votato dei candidati dell’edera e, per una campagna improvvisata e priva di risorse, non era forse nemmeno poco. Nel frattempo ho dato un piccolo contributo alla ricostruzione del partito in Toscana, mettendo a disposizione una sede a Firenze nella quale avevamo ripreso l’organizzazione di iniziative pubbliche (sei in meno di due anni) e coinvolgendo nel nostro gruppo l’ambasciatore Del Panta, eletto consigliere a Palazzo Vecchio, e alle ultime regionali ho fatto squadra con i nostri candidati, cercando di aiutarli in vario modo. Avevo preso sul serio anche il mio incarico di responsabile per l’Europa, e i sei documenti che ho preparato nel solco tracciato dall’ALDE, molti dei quali pubblicati integralmente da vari organi di stampa, hanno cercato di tenere dritta la barra federalista del partito, in un periodo nel quale, anche dalle nostre parti, fraintendere l’Europa pare una tentazione fatale.Ti avevo scritto che non avrei potuto partecipare all’ultimo consiglio nazionale perché il Covid rende impossibili i viaggi aerei in giornata da Bruxelles, rinnovandoti per scritto la mia fiducia; e solo due settimane prima ti avevo invitato per la chiusura della campagna elettorale a Firenze, senza che mi fosse chiaro quanto si stava preparando per me.Tuttavia solo il mio nome, insieme a quelli di altri due compagni di sventura, doveva saltare dalla nuova direzione nazionale del PRI che per ha confermato praticamente tutto, e questo senza nemmeno una possibilità di chiarimento.Quando ti ho chiesto le ragioni della mia esclusione, con il tatto che in te ho sempre riconosciuto, mi hai ricordato che scontavo di non aver firmato il famoso documento su Draghi e anche di aver partecipato a Jesi a una riunione di repubblicani schierati con il centro-sinistra. Riassumo brevemente quella che è la mia posizione su queste due “colpe”. Non ho firmato quell’ordine del giorno perché era un “prendere o lasciare”, mai soggetto a discussione visto che il partito per ben sette mesi non si è riunito (pur essendo facile farlo online come fanno tutti), e comunque comunicando per iscritto che la mia mancata firma non costituiva un significativo disaccordo politico e tantomeno sfiducia verso la tua segreteria. A Jesi sono andato comunicandolo con trasparenza, vi ho trovato altri dirigenti del partito, e ho evitato con cura di criticare il PRI marchigiano nonostante la sua scelta di allearsi con una destra populista e sovranista sia contraria al deliberato del congresso di Bari e nemmeno è stata mai discussa in direzione. Piuttosto, nel mio intervento ho soprattutto parlato delle risorse europee per le regioni, risorse che in Europa gli alleati del PRI hanno follemente e antipatriotticamente contrastato. E come ti ho detto, mi pare trovando la tua comprensione, a Jesi sono andato anche per il lavoro che durante la campagna elettorale europea Luciana Sbarbati e molti amici hanno profuso nelle Marche (le preferenze parlano chiaramente), e in politica, come nella vita, si ha il dovere di un atto di riconoscenza che in altre circostanze non ho mai fatto mancare agli amici repubblicani. Del resto, sull’Europa non ho mai ammesso deroghe, anche in tema di alleanze, e su questo punto ricordo che il PRI non ha ancora assunto una posizione chiara sul MES, fatto paradossale per un partito che aspira a una collocazione europeista e liberaldemocratica. Va da sé che queste sono altre considerazioni per le quali sarebbe comunque inutile proseguire il mio impegno come responsabile europeo. Ma ormai non ho titolo per intervenire in questo dibattito. Aggiungo anche che qualcuno avrebbe criticato la mia posizione sul referendum: in proposito ricordo solo di aver partecipato come repubblicano, e non per pochi minuti, a due dirette a favore del no su Radio Radicale, una delle quali nel venerdì di chiusura pre-voto, e, ci mancherebbe, sottolineando anche la necessità di affrontare una serie di gravi carenze del nostro sistema parlamentare. Scrivo queste cose per evitare di non rendere conto di comportamenti che mi sono stati addebitati – a mio avviso del tutto ingiustamente.Ti ringrazio di avermi riconosciuto l’impegno, di tempo e di altro, per il partito, la trasparenza delle posizioni che ho assunto, e anche l’allergia a manovrare sottotraccia contro o per qualcuno. Io mi consideravo, in un dibattito onesto e franco con tutti, parte del PRI e di un’unica grande squadra. In un partito piccolo come il PRI, l’unità è un bene fondamentale, e non avrebbe senso restare in dissenso e privo della fiducia dei più (così come, secondo la mia opinione, nemmeno ha senso escludere chi può avere alcune opinioni diverse e lo fa lavorando per la causa comune e senza polemiche). Se si è cacciati, senza nemmeno una parola, se ne prende atto e seppure con amarezza e senza precipitarsi, ci si congeda, con la magra speranza che un giorno ci siano le condizioni per un ritorno. Il mio resta comunque un saluto riconoscente per molte cose. Quando si cresce repubblicani lo si resta per sempre, e continuerò come ho sempre fatto a tenere vicina la bandiera repubblicana e a dichiararmi repubblicano – non del partito, ormai, ma con altre forme di impegno – contribuendo alle file della cosiddetta diaspora. Quella diaspora che ho sempre visto come l’esperienza umana e politica di uno sbaglio di chi se ne è andato e di chi è restato.