Berardo Pio racconta la nascita del Partito Repubblicano

Il 1° novembre del 1895, dopo un lungo e laborioso periodo di gestazione, fu celebrato a Bologna il primo congresso nazionale del Partito Repubblicano Italiano, formazione politica formalmente costituita a Milano il 21 aprile dello stesso anno grazie all’impegno di due organizzazioni repubblicane particolarmente vivaci, la Consociazione lombarda e la Consociazione romagnola.

La necessità di dare un’organizzazione stabile al partito repubblicano fu affermata con forza nel congresso nazionale promosso a Roma dal circolo “Maurizio Quadrio” nel marzo del 1892 e presieduto dal fiorentino Andrea Giannelli che era stato uno dei membri più attivi dell’Alleanza Repubblicana Universale, l’organizzazione che a partire dal 1866 aveva affiancato clandestinamente le strutture repubblicane ufficiali con l’intento di promuovere rivolte popolari contro la monarchia, ed era ora un esponente di spicco del Patto di fratellanza fra le società operaie fondato da Mazzini nel 1871. Proprio lo scioglimento del Patto di fratellanza, sul finire del 1893, renderà necessaria la riorganizzazione delle forze repubblicane minacciate a sinistra dal proselitismo socialista e a destra dalle sirene del riformismo legalitario dei radicali.

La famiglia repubblicana era allora dispersa, frammentata, spesso avviluppata in polemiche interne proprio mentre il movimento socialista, organizzato in partito a partire dal 1892, occupava un ruolo centrale nell’aggregazione delle forze progressiste che costituivano l’Estrema sinistra (socialisti, repubblicani, radicali).

I repubblicani italiani erano divisi in almeno quattro linee politiche: quella federalista portata avanti dalla consociazione lombarda, quella mazziniana intransigente guidata da Andrea Giannelli, quella repubblicana collettivista che faceva capo a Felice Albani e quella della consociazione romagnola che aveva già intrapreso la via della moderna organizzazione partitica, con circoli radicati sul territorio, tessere di adesione, tesoreria centralizzata, e perseguiva un obiettivo tanto ambizioso quanto problematico, riunire le anime repubblicane indipendentemente dalle divergenze politiche fra collettivisti e associazionisti in funzione di un obiettivo unitario e, in fin dei conti, eversivo: l’abbattimento della monarchia e l’instaurazione della repubblica.

Nell’ottobre del 1894, un primo incontro svoltosi nella sede milanese del giornale L’Italia del Popolo tra i rappresentanti della Consociazione lombarda e quelli della Consociazione romagnola si concluse con l’impegno a contattare le altre organizzazioni repubblicane sparse nella Penisola in vista di un nuovo appuntamento, significativamente fissato per il successivo 21 aprile (anniversario della fondazione di Roma).

Finalmente, il 21 aprile del 1895 a Milano fu costituito ufficialmente il Partito Repubblicano Italiano. All’incontro costitutivo parteciparono, oltre ai milanesi e ai romagnoli, i delegati di Genova, Brescia, Varese, Codogno, Cremona, Pavia, Como, Lecco e Bologna; messaggi di adesione furono inviati dalle Marche, dalla Toscana, dall’Umbria, dal Lazio e dal Piemonte. I convenuti affidarono alla Consociazione romagnola il compito di procedere nell’organizzazione del partito e quello di progettare un primo congresso nazionale, inizialmente convocato a Firenze per la fine del successivo mese di agosto, poi spostato a Bologna per l’inizio di novembre su richiesta di diverse consociazioni che avevano bisogno di più tempo per organizzare la loro partecipazione all’assise nazionale.

L’incontro milanese consacrò definitivamente una nuova generazione di giovani repubblicani che si era fatta strada nelle organizzazioni locali ed era ben rappresentata dal forlivese Giuseppe Gaudenzi e dal pavese Giovanni Battista Pirolini (destinato a rimanere impresso nella tradizione repubblicana anche grazie ai versi iniziali dell’inno Bangera rossa: «Sta forte o Pirulini / e non ti avelir / che prima di morir / repubblica farem»).

La Consociazione repubblicana lombarda, prevalentemente cattaneana e federalista, contava esponenti di grande prestigio come Arcangelo Ghisleri, Gabriele Rosa, Gustavo Chiesi, Luigi De Andreis, Eugenio Chiesa e Dario Papa (ricordato da Filippo Turati come «il più geniale e il più grande – il solo grande – dei giornalisti italiani contemporanei») direttore dell’Italia del Popolo, organo ufficiale della consociazione dal 1893, un giornale attento ai temi più avanzati quali la laicità dello Stato, l’istruzione diffusa, i diritti civili, le riforme sociali e l’emancipazione della donna.

La Consociazione romagnola era invece costituita da una galassia di formazioni politiche repubblicane, tenute insieme dalla concorrenza del movimento socialista, che si rivolgeva agli stessi interlocutori sociali cercando di interpretarne i bisogni, le attese, le istanze. Tra i giovani romagnoli, destinati a percorrere brillanti carriere politiche, spiccavano il cesenate Ubaldo Comandini, il ravennate Fortunato Buzzi, il lughese Paolo Taroni, vero artefice del legame tra lombardi e romagnoli, e il forlivese Giuseppe Gaudenzi, giovanissimo segretario prima del circolo “Mazzini” di Forlì, poi della Consociazione romagnola e, dal 1894, direttore del giornale Il Pensiero romagnolo.

La sintesi tra romagnoli e lombardi passava attraverso il chiarimento delle posizioni rispetto ai socialisti, che avevano inesorabilmente attratto la componente dei repubblicani collettivisti, l’esclusione dei mazziniani intransigenti destinati a rimanere marginali rispetto al quadro politico nazionale e l’impostazione di una linea politica, destinata a consolidarsi negli anni successivi, basata sulla partecipazione alla lotta elettorale a dispetto dell’astensionismo, sull’associazionismo rispetto al collettivismo, sul partito strutturato rispetto al movimentismo. Insomma, un mazzinianesimo aperto agli apporti di altre tradizioni risorgimentali, disposto al confronto con le teorie socialiste e alla collaborazione con le altre forze dell’Estrema in opposizione alla compressione delle libertà politiche e al fiscalismo tipici della politica crispina.

Il congresso bolognese, maturò in un clima caratterizzato dal continuo e opprimente controllo delle forze di polizia, da continui sequestri della stampa repubblicana, accusata di perseguire «la distruzione dell’ordine monarchico costituzionale», dalla chiusura dei circoli e dei luoghi di ritrovo dei repubblicani romagnoli (le cameraccie), e fu preceduto da appuntamenti elettorali non certo confortanti: nelle elezioni politiche del maggio precedente erano entrati in parlamento dieci deputati repubblicani, sostenuti dai partiti dell’estrema sinistra, ma nelle elezioni amministrative del 31 marzo il comune di Forlì era stato inopinatamente conquistato dai moderati (Il pensiero romagnolo aveva tuonato invano: «La città di Aurelio Saffi non può, non deve cadere nelle mani dei moderati e dei preti»).

Il 4 agosto del 1895 lo svolgimento del congresso regionale convocato a Cesena, che aveva come principale punto all’ordine del giorno il «riordinamento del Partito Repubblicano d’Italia», fu improvvisamente vietato dal prefetto di Forlì, ma i trecento delegati si riunirono clandestinamente una settimana dopo nei locali del circolo “Mazzini” di Forlì e approvarono un ordine del giorno, proposto da Taroni, che sulla scia delle risoluzioni del congresso milanese e in opposizione alla linea più decisa proposta da Gaudenzi, mirava al coinvolgimento nella nascente struttura di partito delle diverse scuole economiche e sociali in vista dell’affermazione del principio politico repubblicano.

L’8 settembre lo stesso prefetto decretò lo scioglimento della Consociazione romagnola e fece perquisire la sede dell’organizzazione repubblicana e le abitazioni dei componenti della direzione regionale: Giuseppe Gaudenzi e Andrea Morgagni (Forlì), Pietro Turchi (Cesena), Giovanni Spinelli e Guglielmo Missiroli (Ravenna), Vincenzo Cattoli (Faenza), Epaminonda Farini (San Pietro in Vincoli), Francesco Buffoni (Sant’Agata Feltria) e Giuseppe Gramantieri (Lugo). Alcune manifestazioni furono proibite e diversi sodalizi furono sciolti con l’accusa di mirare a «sovvertire l’ordine pubblico» e a «distruggere le istituzioni politiche»; i membri della direzione della Consociazione romagnola furono denunciati per aver celebrato, contro le disposizioni prefettizie, il congresso regionale in agosto.

Nonostante tutto, al congresso di Bologna, che si svolse nella sala che appena due anni prima aveva visto la fine del Patto di fratellanza e che si chiuse alle 3 di notte del 2 novembre, parteciparono circa cento delegati provenienti da diverse regioni del centro-nord (Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia, Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio); pochissimi furono, invece, i rappresentati provenienti dal Mezzogiorno. La presidenza dei lavori fu assunta da Paolo Taroni, che era stato eletto deputato a maggio nel collegio di Lugo.

Buona parte delle decisioni maturate in seno al congresso miravano alla costruzione del partito: fu scelta Milano come sede provvisoria della direzione nazionale ma fu confermato alla Consociazione romagnola il compito di procedere «all’ordinamento definitivo delle forze repubblicane d’Italia»; fu stabilita una quota annua di adesione, fissata in 60 centesimi, con la possibilità di chiedere contributi maggiori «secondo la facoltà contributiva dei singoli»; fu sancito l’obbligo di partecipare alle elezioni amministrative «con programmi e candidati apertamente repubblicani» e confermata la libertà di scelta, in occasione delle elezioni politiche, fra candidati di protesta presentati dai partiti dell’estrema sinistra e candidati dichiaratamente repubblicani. Infine, per raggiungere «una maggiore unità nella propaganda dei principi comuni», fu auspicato il coordinamento fra i tanti giornali repubblicani che si pubblicavano in Italia e raccomandato come punto di riferimento nazionale il quotidiano milanese L’Italia del Popolo, «organo fedele dei repubblicani italiani nelle lotte politiche quotidiane».

Il congresso si chiuse con l’elezione del primo segretario nazionale, il ventitreenne Giuseppe Gaudenzi, che reggerà le sorti del partito fino al congresso di Firenze del maggio del 1897, quando la segreteria sarà affidata a Giovanni Battista Pirolini. Proprio in occasione del secondo congresso nazionale, sarà definita meglio la linea politica dei repubblicani, sempre più distinta tanto da quella dei radicali, disposti a collaborare con la monarchia, quanto da quella dei socialisti, nei confronti dei quali si consolidava come linea spartiacque la difesa della proprietà privata. Tuttavia, nei due decenni successivi, la stretta collaborazione con le forze dell’estrema sinistra garantirà l’elezione di tanti sindaci repubblicani nelle aree dove prevalenti erano le forze dei partiti popolari e, in alcuni casi, anche in centri tradizionalmente guidati dai liberali e dai moderati, come Bologna che nel 1902 vide l’affermazione della lista delle forze popolari e l’elezione di un sindaco repubblicano, l’avvocato Enrico Golinelli.

Il congresso di Bologna segnò l’avvio di un processo di definizione dell’identità repubblicana che maturerà nel corso degli anni successivi (memorabile il perentorio invito rivolto da Giovanni Bovio ai repubblicani nel 1897: «definirsi o sparire») e giungerà a compimento solo in occasione di un altro congresso bolognese, celebrato nel maggio del 1914, con la formulazione di un «programma di agitazione» che segnerà il rilancio del repubblicanesimo italiano saldamente basato sui punti di quella che Arturo Colombo nel 1978 ha giustamente definito una «decisa scelta di campo»: lotta al clientelismo e al trasformismo; sovranità popolare, decentramento amministrativo e opposizione al centralismo burocratico; una politica di sviluppo basata sulla lotta ai potentati finanziari, alle oligarchie economiche, alle industrie parassitarie; sostegno alle organizzazioni sindacali contro l’affermazione dei privilegi corporativi.