Han chiuso i bar

«Ma i moralisti han chiuso i bar, e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori», così cantava il grande Francesco Guccini nella sua splendida Canzone di Notte n.2, certo oggi i bar chiudono per altre ragioni, il Governo appare sempre più in confusione, naviga a vista e così il terzo decreto della Presidenza del Consiglio in sette giorni interviene  con una forte limitazione delle attività commerciali e ludiche, una sorta di soft lockdown, una mediazione interna alla maggioranza fra istanze e valutazioni diverse. La notte fra sabato e domenica alla gestazione di questo provvedimento hanno partecipato tutti, capigruppo di maggioranza, capigruppo di minoranza, responsabili delle Regioni ecc…

In effetti la gestione di questa crisi la ricorderemo come una sorta di dramma dei protagonisti sbagliati, quelli che avrebbero dovuto avere ruolo non lo hanno, o lo hanno marginale, quelli che non dovrebbero averlo sono sempre sul palcoscenico. Sicuramente i campioni della seconda categoria sono, senza alcun dubbio, i Presidenti delle Regioni, i “Governatori”, pirandelliani personaggi in cerca di autore, sempre pronti a ritagliarsi un angolo di palcoscenico, mai con una proposta che non sia chiudere un poco meno o un poco di più rispetto a quanto delibera il Governo, l’importante è la visibilità. 

Prima ancora di qualsiasi responsabilità di questo esecutivo, e della maggioranza che lo sostiene, dalla drammatica vicenda che stiamo vivendo emerge l’inadeguatezza della nostra forma di Stato. La frammentazione delle competenze su base regionale ha prodotto esiti nefasti, tutti i governi regionali, rossi, verdi o azzurri che fossero, gialli fortunatamente non ne abbiamo, hanno dato pessima prova di sé. Sospendiamo ogni giudizio sulla prima fase, chi è stato colpito dalla pandemia è stato colto di sorpresa, chi non è stato colpito ha stretto la morsa delle misure restrittive nazionali e poi si è vantato di essere un genio su tutti i media, sì sto pensando proprio a Vincenzo De Luca. Quello che non trova giustificazione è la gestione della seconda fase, manca la metà delle unità di terapie intensive che il governo ha finanziato, abbiamo già rilevato l’assenza dell’organizzazione di presidi medici di base e stendiamo un velo pietoso sulla gestione dei trasporti. È certo che se si tratta di gestire aree verdi, la formazione professionale, alcuni aspetti logistici le classi dirigenti locali sono certo adeguate, ma è evidente la manifesta incompetenza emersa di fronte alla pandemia.

Naturalmente c’è un “concorso di colpa”, il Governo non ha mai voluto avocare a sé la gestione della crisi nonostante il punto q dell’art. 117 della Costituzione gli conferisca competenza legislativa esclusiva sulla profilassi internazionale, se non è profilassi internazionale la gestione di una pandemia non so davvero cosa lo sia, il Governo avrebbe dovuto legiferare in tal senso ed escludere le Regioni da ogni competenza legislativa, affidandogli compiti meramente esecutivi ed amministrativi, coordinati con i prefetti, o, senza arrivare a tanto, evitare di emanare un provvedimento amministrativo, che per giunta impatta sulle nostre libertà civili, ogni volta che un Presidente di Regione rilascia una dichiarazione alla stampa.

Chi invece avrebbe dovuto esserci e non c’è stato è sicuramente il Parlamento, svuotato delle sue fondamentali prerogative di rappresentanza dei cittadini, e le parti sociali che rappresentano, o meglio avrebbero dovuto rappresentare, un interlocutore chiave in questa fase.

Si è arrivati alla decisione drastica di chiudere tutte le attività al pubblico dalle diciotto in poi, eviteremo ogni facile ironia sul fatto che il virus a mezzogiorno sia meno contagioso che alle venti, e più semplicemente, sommessamente,  ci interrogheremo su quale possa essere la ragione che spinge l’avvocato del popolo a decidere in solitudine, nel suo studio di Palazzo Chigi, probabilmente al cospetto di una ristretta cerchia di fidati efori con i quali delibera, salvo comunicare in conferenza stampa che dopo aver decretato riceverà i rappresentanti delle associazioni di categoria. Sarebbe stato più utile incontrarli nei giorni precedenti, considerando che uno degli obiettivi dichiarati dell’incontro è rassicurarli sui provvedimenti di ristoro, ma è il modus operandi del Presidente, intanto si chiuda poi si vedrà. Peccato perché gli incontri con gli imprenditori avrebbero potuto persino produrre risultati proficui, ad esempio, sarebbe stato forse così gravemente pericoloso per la salute pubblica condividere un protocollo di intesa con le associazioni di categoria, che prevedesse un numero limitato di coperti in rapporto agli spazi disponibili, magari con la sottoscrizione di un modulo   di presenza, già in adozione per altro, per il tracciamento di eventuali focolai? Non che questa proposta sarebbe stata indolore, ma avrebbe consentito una riduzione del danno, certo avrebbe richiesto una logica di concertazione con le parti sociali, procedura che questo governo, teoricamente di sinistra, o quanto meno progressista, ha sempre evitato con grande accortezza, a parte gli sfarzosi eventi di Villa Pamphili, belli quanto inutili, no più inutili che belli.

Quei discoli di gestori di palestre erano stati avverti, d’altra parte gli era stato detto, avete una settimana per mettervi in regola o si chiude, una logica impeccabile, borbonica ma impeccabile. Ci sono stati controlli a campione che hanno rilevato una diffusa situazione di inadempienza alle normative? Forse sì, forse no, nella teocratica gestione dei provvedimenti non è prevista la trasparenza sulle procedure di verifica, si è cercato un dialogo, un’interlocuzione, con i rappresentati di questa categoria? Rispondere sarebbe pleonastico…

Ma l’aspetto più sgradevole del DPCM del 25 ottobre è la chiusura dei cinema, dei teatri e della attività culturali in generale, una scelta non assunta sulla base di una reale analisi di dati sulla diffusione dei contagi, piuttosto figlia del substrato culturale di questa maggioranza, in qualche modo riconducibile allo smarrimento identitario della Sinistra italiana, che dopo aver gettato come uno straccio vecchio il nobile materialismo storico, e con esso i suoi eccellenti strumenti scientifici di analisi della società e dell’economia, ha abbracciato il greve materialismo liberista che mette l’essere umano in una condizione di alienazione, lo priva di radici, proiettandolo verso un futuro assai prossimo il cui unico scopo e mantenere i livelli di consumo e possibilmente incrementarli. Così ciò che afferisce allo spirito può essere, senza alcuna remora, collocato fra le attività non essenziali da cui si può prescindere, dimenticando che anche nel mondo della cultura e dell’arte si lavora, si produce reddito e si contribuisce alla crescita del paese.

Al governo un merito va però riconosciuto, sta infatti rendendo realtà ciò che sin ora esisteva solo nella narrazione di alcuni opinionisti liberisti, sta creando un profondo solco fra i garantiti e coloro che non lo sono. Chissà da un punto di vista elettorale forse non è neanche una scelta errata, si consolida un blocco sociale costituito da pensionati, dipendenti pubblici ed assistiti che probabilmente numericamente è maggioritario, mentre si penalizza la parte produttiva del paese, lavoratori dipendenti, artigiani commercianti, lavoratori autonomi ed imprese. La crisi, lo ha ricordato recentemente il Presidente Mattarella, acuisce le disuguaglianze esistenti e ne crea di nuove, stiamo assistendo ad una pericolosa accelerazione del processo di proletarizzazione della parte bassa del ceto medio, un fenomeno degli ultimi vent’anni che le politiche economiche attuali stanno pericolosamente consolidando, fino a quando sarà tollerabile tutto questo?

In questa fase sarebbe forse più semplice stringersi a coorte, fingere di non vedere le assurdità della nostra classe governante in nome di un unitarismo ipocrita, ma come canta il “ maestrone” nella canzone i cui versi hanno aperto questa mia riflessione: «Scusate, non mi lego a questa schiera. Morrò pecora nera».